Pensioni, Governo lancia “Ape”

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Una nuova sigla che starebbe per Anticipo pensionistico e che permetterà ai nati tra il 1951 e il 1953 di andare in pensione. In sintesi flessibilità. A lanciarla, questa volta, il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che ha dichiarato “Ci siamo impegnati sulla questione delle pensioni a intervenire nella legge di Stabilità 2017. Quello su cui stiamo lavorando è creare un meccanismo ,si chiamerà ‘Ape’, c’è già il simbolo, il nome, ne abbiamo parlato con l’Inps e sarà lo strumento in vigore con la legge e di Stabilità del 2017 con cui chi vorrà potrà anticipare con una decurtazione economica l’ingresso in pensione solo un certo periodo di tempo. Ci confronteremo con i sindacati, i datori di lavoro, l’Europa”.

«Rispetto al passato l’età pensionabile è alta, ma rispetto alle aspettative di vita no. I più sfortunati – ha detto Renzi – sono quelli nati nel ‘51-’52, che hanno visto sfumare l’opportunità di andare in pensione, e questo non è giusto”. Pronta la reazione del Presidente della Commissione lavoro della Camera, Cesare Damiano, che ha prontamente lanciato una petizione a sostegno della proposta di legge presentata in Parlamento sulla flessibilità. Pieno appoggio all’annuncio di Renzi è arrivato invece da Maurizio Sacconi, che ha ricordato «coloro che all’atto di approvazione della riforma Fornero avevano già 55 anni – ancor più se madri – e come tali non avevano di fronte a sé un tempo congruo per attrezzarsi a restare nel mercato del lavoro per oltre 10 anni». Nel frattempo lo stesso Ministro del Lavoro sta lavorando alla misura insieme con Nannicini mentre il Governo ne ha già parlato con l’Inps. Nelle prossime settimane partirà il confronto anche con le parti sociali e con Bruxelles.

Ma quanto costerà il progetto alle Casse dello Stato. Secondo il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini,   che nei giorni scorsi aveva già annunciato il position paper che dovrebbe servire a definire la linea dell’Esecutivo e fungerà da base di discussione,  la cifra si aggirerebbe intorno ad un miliardo l’anno e dovrebbe toccare una platea non troppo estesa. Per chi dovesse o volesse aderire la penalizzazione sarebbe solo sulla parte del montante calcolata con il retributivo, poiché la quota contributiva determina da sé una penalizzazione con l’anticipo. Il finanziamento pubblico, sulla maggiore spesa che si determina, sarebbe per i lavoratori potenzialmente beneficiari dell’anticipo ma che si trovino in condizioni di disoccupazione. Negli altri casi il finanziamento-ponte dovrebbe essere sostenuto dal sistema del credito (banche e assicurazioni), che poi rientrerebbe grazie ai mini-rimborsi dell’Inps con le trattenute sulla pensione finale. Con l’eccezione dei prepensionamenti invocati dalle imprese per ristrutturazioni o che vogliano effettuare un ricambio del personale. In questi casi l’anticipo sarebbe finanziato dagli stessi datori di lavoro, con una garanzia sul rischio morte del beneficiario a carico dello Stato.