Equità generazionale. Italia fa meglio solo della Grecia Giovani grandi a cinquant’anni

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Italia penultima in Europa per equità intergenerazionale facendo meglio solo della Grecia: è emerge dalla ricerca dello studio Fondazione Bruno Visentini presentata alla Luiss dal titolo “Il divario generazionale tra conflitti e solidarietà”.

Si può parlare, per i millennials, i nati alla fine del secolo scorso – si legge nella presentazione della ricerca – di “generazione perduta”, appellativo che fu in precedenza attribuito ai loro genitori? La risposta è no, ma il rischio di una deriva è molto elevato e gli oneri per uscire dall’impasse gravano, attualmente, sui diretti interessati. Questi “crescono” in una società costruita e gestita a misura delle generazioni mature, che preclude ai giovani anche la visione, la speranza e l’aspettativa stessa di un benessere futuro: una società “dominata” dai baby boomers che hanno goduto di una confortevole gioventù e che oggi approdano a una confortevole vecchiaia da silver boomers.

La questione del “divario generazionale”, così come le possibili soluzioni a essa connesse, chiamano in causa innanzitutto i principi di solidarietà (art. 2) e di uguaglianza sanciti dalla nostra Costituzione (art. 3): non è possibile, infatti, essere «eguali di fronte alla legge» ovvero esercitare i medesimi diritti, sia civili che sociali, se prima non vengono rimosse le condizioni di diseguaglianza che impediscono a tutti di fruirne effettivamente. Le prospettive delineate da uno specifico “Indicatore di Divario Generazionale” impongono una riflessione strutturata sulle misure di contrasto, nel quadro di un vero e proprio “patto tra generazioni”.

Questi, quindi, i temi approfonditi dal Rapporto 2017 realizzato dalla Fondazione Bruno Visentini supportati da alcuni dati. Uno ad esempio, quello che riguarda il “costo” dei  Neet ossia i giovani che non studiano e non lavorano: 32,65 miliardi contro i 23,8 miliardi del 2008.

Ed ancora. Se un giovane di 20 anni nel 2004 aveva impiegato 10 anni per costruirsi una vita autonoma, nel 2020 ne impiegherà 18 (arrivando quindi a 38 anni), e nel 2030 addirittura 28: diventerebbe, in sostanza, ‘grande’ a cinquant’anni”.

Cosa fare allora?

“Sarebbe necessario un patto tra generazioni con un contributo da parte dei pensionati nella parte apicale delle fasce pensionistiche con un intervento progressivo sia rispetto alla capacità contributiva, sia ai contributi versati – si legge nello studio – nell’ambito di un intervento organico e sistematico che ponga la questione giovanile al centro dell’attenzione politica (una vera e propria Legge Quadro sulla Questione Giovanile). Questo sarebbe doveroso, non solo sotto il profilo etico, ma anche sotto quello sociale ed economico”.

“Si possono  – sostengono gli autori della ricerca –  usare incentivi fiscali e la creazione di un adeguato Fondo di solidarietà per le politiche giovanili in grado di rifinanziare molte delle misure messe in campo dal Governo e mappate nel Rapporto, nonché misure straordinarie di contributi e la creazione di strumenti finanziari in grado di moltiplicare l’effetto e sostenere la strategia delineata, mirante a sostenere quantomeno il costo che il nostro Paese sostiene per i NEET. Con la finalità di modificare lo scenario al 2030 delle nuove generazioni italiane, rispetto a quelle dei padri”.