Oliveti “Le possibilità applicative delle nuove tecnologie restano straordinarie”

di Alberto Oliveti

Le possibilità applicative delle nuove tecnologie restano straordinarie, come l’utilizzo in campo medico di blockchain, per garantire fiducia negli scambi della rete, con dati certificati, decentralizzati, visibili a tutti gli autorizzati e non manomissibili. Tuttavia, nessuna visione di miglioramento potrà prescindere dal “fattore umano”, dal rapporto tra chi soffre e chi prova a dargli aiuto

“Parlo forse di astrofisica io? Parlo forse di biologia? Io non parlo di cose che non conosco!” Così un esasperato Nanni Moretti contro chi critica il suo film.

Se collegata al tema delle vaccinazioni, è un’affermazione piuttosto attuale e solo all’apparenza scontata. Suggerisce infatti una riflessione più profonda sul parlare, sulla comunicazione partecipativa (chi è legittimato a parlare di determinati argomenti), sulle ‘cose’ (ognuno ha un proprio mondo di cose, a cui dare valore e senso, e l’Internet delle cose – IoT – è un effetto della digitalizzazione) e sulla conoscenza (madre delle competenze e innata predisposizione a capire).

Mi riferisco, insomma, alla mediazione tecnica e professionale ai tempi dell’“infosfera” e dell’interconnessione “onlife”, citando il filosofo Luciano Floridi.

L’innovazione tecnologica sta sollevando prepotentemente il tema della mediazione del professionista, che viene messa tanto in discussione almeno quanto per certi versi viene anche rimpianta.

Ma nel campo della cura, per esempio, l’intelligenza artificiale potrà essere uno straordinario amplificatore delle capacità mediche, al punto che possiamo incominciare a chiamarla piuttosto intelligenza amplificata. Difficilmente però potrà sostituire l’empatia tra medico e paziente, quello straordinario rapporto tra umani fondato sulla fiducia reciproca, centrato sul riconoscimento della competenza e sull’esigenza di una decisione condivisa.

Credo che la mediazione del medico e la condivisione della cura con il paziente si possa rappresentare efficacemente come un elastico, con il suo limite di tensione, più ci si avvicina a questo punto più l’elastico perde la sua caratteristica peculiare, la flessibilità appunto. Certo, se l’elastico si rompe, lo si può anche sostituire con una corda, ma non sarà lo stesso.

Ebbene, il rapporto che si instaura tra il medico e il paziente è l’espressione di un’elasticità relazionale, che origina dal bisogno di aiuto e dal riconoscimento di un’autorevolezza professionale.

Le possibilità applicative delle nuove tecnologie restano straordinarie, come l’utilizzo in campo medico di blockchain, per garantire fiducia negli scambi della rete, con dati certificati, decentralizzati, visibili a tutti gli autorizzati e non manomissibili. Pensiamo alla filiera del farmaco, all’attendibilità della ricerca scientifica, alle cartelle cliniche, alla ricettazione e alla certificazione, solo per citare alcuni possibili ambiti applicativi delle blockchain.

Tuttavia, nessuna visione di miglioramento potrà prescindere dal “fattore umano”, dal rapporto tra chi soffre e chi prova a dargli aiuto.
Ben vengano, insomma, le possibilità legate all’utilizzo dell’intelligenza artificiale come il super computer di Ibm Watson  ̶  celebre per aver ‘battuto’ un team di esperti nell’identificare un tumore   ̶  le nuove app per la sanità digitale come Babylon Health, o le blockchain.

Ma non si deve dimenticare che il tempo clinico è quanto ci vuole per far diagnosi e cura in rapporto all’evoluzione biologica della malattia, ma è anche tempo di quella relazione flessibile e duttile, che è la condizione necessaria a far sì che la scelta terapeutica sia appropriata e accettata.

Questo tempo non può essere condizionato da fattori ‘altri’, di efficienza industriale o amministrativa.
Attenzione quindi che l’innovazione tecnologica non porti a una medicina dei tempari e delle ragioni aziendalistiche e che si passi dalla blockchain a una ‘clockchain’.

Senza tempo clinico non c’è medicina artificiale o amministrata che tenga.

 

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