Italia maglia nera per il gap di genere nelle materie Stem

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Female scientist head with long hair thinking about complex science knowledge vector illustration. International Day of Women and Girls in Science poster background.

E’ arrivata alla sesta edizione la Giornata Internazionale per le Donne e le Ragazze nella Scienza, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. L’International Day of Women and Girls in Science è stato istituito dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2015 con l’obiettivo di sensibilizzare e promuovere l’accesso completo ed equo alla partecipazione scientifica a tutto il genere femminile.

Per Sveva Avveduto, Presidente dell’Associazione Donne e Scienza e dirigente di ricerca del CNR  “In una tipica carriera accademica, le laureate sono presenti per il 59%, le dottorande e le dottoresse di ricerca al 48%, mentre solo il 46% sono ricercatrici, il 40% professoresse associate fino ad arrivare al 24% delle docenti ordinarie. La distribuzione delle donne nelle carriere accademiche in Science, Technology, Engineering and Mathematics appare ancor più problematica, in quanto sin dall’accesso ai corsi di studio le donne sono in minoranza rispetto agli uomini, 32% contro 68%; percentuale che si contrae al 35% tra le ricercatrici, al 28% delle associate fino al 14% delle ordinarie”.

E la pandemia non ha certo aiutato, anzi. Tutti i dati pubblicati recentemente da alcuni istituti di ricerca sottolineano come a causa del Covid 19 più donne hanno perso il lavoro rispetto agli uomini. I dati indicano come il 2020 abbia allargato il gender gap, e come la ricerca scientifica non sia rimasta esente. Tra gennaio e giugno del 2020, ad esempio, le scienziate hanno pubblicato l’8% di articoli in meno rispetto agli anni precedenti, lo stesso non è accaduto per i colleghi maschi.

Il rapporto dell’UNESCO di Woman in Science ha analizzato il livello di disuguaglianza scientifica per fornire numeri precisi delle donne in ambito STEM. Dal rapporto è emerso che solo il 28.8% delle donne a livello globale riesce ad affermarsi in ambito scientifico. Poche donne arrivano ai vertici degli istituti di ricerca, poche quelle che proseguono la carriera accademica.

Lo scoppio della pandemia COVID-19 ha chiaramente dimostrato – si legge sul sito delle Nazione Unite – il ruolo critico delle donne ricercatrici nelle diverse fasi della lotta contro il coronavirus, dall’avanzamento delle conoscenze sul virus, allo sviluppo di tecniche di test e, infine, alla creazione del vaccino.

Allo stesso tempo, la crisi pandemica  ha avuto anche un impatto negativo significativo sulle donne scienziato, colpendo in particolare quelle nelle prime fasi della loro carriera, contribuendo così ad ampliare il divario di genere esistente nella scienza e rivelando le disparità di genere nel sistema scientifico, che deve essere affrontato con nuove politiche, iniziative e meccanismi per sostenere le donne e le ragazze nella scienza.

E l’Italia, secondo i dati diffusi, è ancora fanalino di coda. Nel nostro Paese, solo il 16,5% delle giovani si laurea in facoltà scientifiche, contro il 37% dei maschi, un dato migliore della media europea ma di evidente squilibrio. Appena il 22% delle ragazze si diploma in istituti tecnici, a fronte del 42% tra i coetanei dell’altro sesso. Un gap che nasce già nei primi anni di scuola e prosegue nel mondo del lavoro: nelle aree Stem solo un professore ordinario su cinque è una donna. Tra i rettori sono appena il 7%.

Secondo i dati diffusi da Save The Children, tra gli studenti con alto rendimento nelle materie scientifiche, solo 1 ragazza su 8 si aspetta di lavorare come ingegnere o in professioni scientifiche, a fronte di 1 su 4 tra i maschi. “Bambine e ragazze, in Italia così come nel resto del mondo, penalizzate da stereotipi, disuguaglianze di genere e mancanza di opportunità educative che affondano le proprie radici già nella prima infanzia. Un gap che la pandemia rischia di allargare ulteriormente, privando le bambine e le ragazze della possibilità di sviluppare talenti e competenze indispensabili per costruirsi il futuro che sognano”, scrive l’organizzazione che lancia su Instagram una mobilitazione digitale con gli hashtag #noncivuoleunascienza #civuoleunascienziata per chiedere maggiori investimenti nell’istruzione e politiche di promozione delle pari opportunità, con il coinvolgimento di attiviste e di donne e ragazze del mondo della scienza e del digitale.

Sicilia e Sardegna prime per scienziate occupate

I dati dell’Eurostat fotografano invece la realtà del mondo del lavoro. E, con qualche sorpresa, viene fuori che nel 2019 Sardegna e Sicilia hanno impiegato più donne delle altre regioni d’Italia nei settori scientifici: il 37% del totale dei lavoratori. Maglia nera invece per Nord-Ovest e Sud d’Italia, rispettivamente al 33 e 34%, mentre il Centro ha registrato il 36% e il Nord-Est il 35%. La media italiana si è assestata sul 34%, con 400 mila scienziate e ingegnere contro circa il doppio (760 mila) dei colleghi maschi. Le donne impiegate in questi settori restano una minoranza anche in tutta Europa, circa il 41%.