Rapporto annuale Covip. Le Casse superano i 107 miliardi. In dieci anni + 93.7%

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Le attività complessivamente detenute dalle Casse di previdenza ammontano, a valori di mercato, a 107,9 miliardi di euro, in aumento di 7,2 miliardi rispetto all’anno precedente (7,1%). Dal 2011 al 2021 tali attività sono cresciute complessivamente di 52,2 miliardi di euro, pari al 93,7%.

Sono alcuni dati, fermi al 2021 (quelli aggiornati del Centro studi AdEPP parlano di un patrimonio di circa 110 miliardi di euro),  contenuti nel report annuale della Covip, presentati nei giorni scorsi a Roma. (in allegato le tavole statistiche).

Le Casse di previdenza private, quindi,  anche alla luce dei dati della Commissione di vigilanza, hanno saputo gestire e investire i contributi dei propri iscritti facendo crescere, ogni anno,  il proprio patrimonio destinato a garantire non solo prestazioni previdenziali ma anche  assistenziali e di welfare.

Covip, Casse e investimenti

Tenendo conto anche delle componenti obbligazionaria e azionaria sottostanti gli OICVM detenuti, la quota più rilevante delle attività è costituita da titoli di debito, pari a 39,5 miliardi di euro (corrispondenti al 36,6% del totale).

La composizione delle attività detenute continua a caratterizzarsi per la cospicua presenza di investimenti immobiliari, che nel complesso (cespiti di proprietà, fondi immobiliari e partecipazioni in società immobiliari controllate) si attestano a 20 miliardi di euro (18,3% del totale). Nel quinquennio 2017-2021 l’incidenza di tale componente è comunque diminuita di 4,5 punti percentuali.

Gli investimenti nell’economia italiana (titoli emessi da soggetti residenti in Italia e immobili) ammontano a 40 miliardi di euro, pari al 34,3% delle attività totali di cui la componente immobiliare ammonta a 18,6 miliardi.

 

La previdenza complementare resiste ma non decolla

Dopo un biennio nel quale, a seguito della pandemia, l’economia mondiale aveva già attraversato situazioni di grande difficoltà, nell’anno 2022 le condizioni di criticità dello scenario globale si sono di nuovo acuite, con l’invasione russa dell’Ucraina, l’aggravarsi delle tensioni geopolitiche, l’impatto sugli approvvigionamenti energetici e sulle catene del valore e conseguentemente sui prezzi dei beni e servizi. Per evitare un ulteriore inasprimento delle spinte inflazionistiche le banche centrali hanno proceduto a ripetuti rialzi dei tassi di riferimento, concludendo la lunga fase di politiche monetarie accomodanti.

Ne hanno risentito i mercati finanziari le cui condizioni sono rimaste tese per tutto il 2022: i corsi dei titoli azionari hanno subìto pesanti ribassi così come quelli dei titoli obbligazionari per effetto del rialzo dei tassi di interesse nominali.

In questo scenario, il sistema italiano della previdenza complementare ha complessivamente mostrato una sostanziale resistenza. Le adesioni e le contribuzioni sono cresciute come negli anni precedenti e, pur considerando le perdite del 2022, i rendimenti, valutati in un orizzonte temporale di medio-lungo periodo e facendo riferimento alle medie generali relative a tutti i comparti, rimangono in media positivi, e sostanzialmente in linea con i tassi di rivalutazione del TFR.

La resilienza dimostrata dal sistema della previdenza complementare, tuttavia, non può distogliere l’attenzione dai fattori strutturali che, nel nostro Paese, renderebbero quanto mai necessario un suo consistente ulteriore sviluppo ma che, al contempo, lo rendono oltremodo difficile.

La sostanziale stabilità dei flussi di nuovi iscritti e di contributi anche a fronte degli eventi avversi sopra ricordati ha confermato il fondamentale dualismo del sistema. Esso, infatti, accoglie prevalentemente uomini, di età matura, residenti nel Nord del Paese, inseriti in imprese ragionevolmente solide e in grado di dare continuità ai flussi di finanziamento. Donne, giovani, lavoratori del Sud del Paese continuano invece a essere meno presenti. Ciò significa che proprio le figure meno forti, per le quali sarebbe più pressante la necessità di un futuro previdenziale più solido fanno più fatica a entrare nel mondo della previdenza complementare.

D’altra parte, non può non tenersi conto dell’elevato livello di contribuzione al primo pilastro pensionistico nel nostro Paese. Nel confronto internazionale, nei paesi dove la previdenza di base ha un ruolo e una dimensione maggiore – misurata in termini di aliquote contributive obbligatorie a fini previdenziali applicate sulla retribuzione da lavoro dipendente – il sistema privato – misurato dall’attivo in percentuale del PIL – risulta tendenzialmente meno sviluppato; viceversa, laddove il sistema pensionistico pubblico svolge un ruolo più circoscritto, il sistema privato assume più spesso dimensioni significative.

 

Demografia, il grande problema

Nelle prospettive di lungo periodo, tuttavia, è la demografia che si impone come principale fattore strutturale di condizionamento. Il nostro Paese è caratterizzato da un processo di invecchiamento tra i più rapidi a livello internazionale; tale tendenza demografica è destinata a incidere significativamente sulle prospettive di crescita del Paese in termini di prodotto complessivo, che è anche alla base della rivalutazione nel tempo dei contributi versati alla previdenza pubblica. Sono i giovani a rischiare di essere penalizzati, in quanto sono proprio tra le categorie di lavoratori che fanno più fatica a partecipare ai fondi pensione che, verosimilmente, potrebbero garantire loro rendimenti più elevati della rivalutazione che è ragionevole attendersi dai contributi versati alla previdenza pubblica.

 

Cosa fare?

A fronte di tali tendenze strutturali, non favorevoli alle prospettive di sviluppo della previdenza complementare, vi sono tuttavia interventi che il decisore politico può prendere.

Andrebbe innanzitutto considerato il ruolo di interventi mirati sul sistema degli incentivi all’adesione e alla contribuzione per agevolare, in particolare, l’inclusione nel sistema previdenziale delle fasce più deboli di lavoratori e per raggiungere una maggiore equità intergenerazionale. In questa prospettiva, l’innalzamento del limite di deducibilità appare strumento poco incisivo considerando che solo i lavoratori delle fasce di reddito più elevate sono in grado di dedurre i contributi fino al limite massimo (pari a circa 5.164,57 euro, escluso il TFR indirizzato alla previdenza complementare, quando invece il contributo medio è di 2.770 euro).

La crescente incidenza di carriere discontinue e frammentate, spesso accompagnate da curve salariali piatte, evidenzia che chi più avrebbe bisogno di un’integrazione del reddito pensionistico è meno in grado di partecipare alla previdenza complementare. In questo contesto gli attuali incentivi fiscali andrebbero rimodulati in funzione del reddito degli iscritti, eventualmente prevedendo un intervento diretto dello Stato a sostegno di determinate categorie, e in particolare dei più giovani.

Andrebbe inoltre valorizzata la possibilità – oggi prevista solo nella fase di ingresso nel mercato del lavoro – di riportare in anni successivi la deducibilità dei contributi non goduta in un determinato periodo di imposta.

Ulteriori indicazioni di riforma che vanno nella direzione giusta sono presenti nella delega di riforma del sistema fiscale, che contiene elementi di attenzione sia per i fondi pensione sia per le casse di previdenza.

Altri interventi di tipo non finanziario potrebbero riguardare il disegno del sistema previdenziale.

Per esempio, pur osservando che i rendimenti di lungo periodo delle linee azionarie di tutte le tipologie di forme pensionistiche hanno realizzato rendimenti soddisfacenti, tali linee sono poco diffuse tra gli iscritti, anche tra quelli più giovani, che avrebbero un orizzonte temporale in grado di assorbire eventuali fasi di mercato negative.

Nella prospettiva di disegnare meccanismi di indirizzo delle scelte il più possibile efficaci, andrebbe rivista la linea di default che accoglie gli iscritti silenti basandola sull’approccio life-cycle, che sfrutti il lungo orizzonte temporale dell’investimento previdenziale tramite un’esposizione iniziale più elevata nei titoli azionari, caratterizzati da maggiore volatilità ma pure da rendimenti attesi più elevati, e una progressiva riduzione di tale esposizione via via che si avvicina il pensionamento. Ciò anche in coerenza con le raccomandazioni dell’OCSE in materia.

I possibili interventi sopra delineati, e in particolare la rimodulazione dei benefici fiscali a favore dei lavoratori più deboli e la diffusione di opzioni di investimento di tipo life-cycle da definire come default, sarebbero essenziali anche nella prospettiva di riproporre una nuova iniziativa nazionale di raccolta delle adesioni tramite meccanismi di silenzio-assenso. In tale occasione, andrebbero effettuate campagne informative e di educazione previdenziale ben strutturate e coerenti con il disegno complessivo dei meccanismi di scelta proposti.

Altro tema, in relazione al quale il disegno degli schemi pensionistici assume rilievo, è quello della fase di erogazione delle prestazioni previdenziali, una volta raggiunta l’età di pensionamento. Potrebbe essere esplorata la possibilità di porre in essere iniziative utili a favorire la proposta di prestazioni previdenziali che almeno in parte contribuiscano, diversamente dalla mera erogazione del capitale accumulato, alla mitigazione del rischio di longevità. In particolare, in alternativa totale o parziale alle rendite vitalizie immediate, potrebbero essere considerate erogazioni programmate in cifra fissa, ovvero rendite vitalizie differite a partire solo da un’età molto avanzata.