Le stagioni dei roghi sono una morsa che stringe l’Europa per gran parte dell’anno. Gli incendi non sono più un’esclusiva delle coste del Mediterraneo: si propagano a nord, colpiscono territori impreparati e si trasformano in veri e propri “mega-incendi di sesta generazione”. Roghi talmente vasti e intensi da generare un proprio microclima e risultare letteralmente impossibili da spegnere con i soli mezzi tradizionali.
Davanti a questa crisi globale, la scienza e le istituzioni europee si sono date appuntamento a Bruxelles nel workshop “Nature-Based Solutions Against Forest Wildfires” promosso dal gruppo di esperti STOA (Panel for the Future of Science and Technology) del Parlamento europeo.
La parola d’ordine degli interventi degli esperti intervenuti (Commissione europea, Agenzia europea dell’ambiente- EEA, e mondo accademico) è “cambio di paradigma”, ossia, affrontare l’emergenza prima che si manifesti nel corso dell’estate.
A delineare lo scenario climatico è stata Ine Vandecasteele (EEA). I dati confermano una nuova e pericolosa geografia del rischio, trainata dal riscaldamento globale ed esacerbata da un fattore umano silenzioso: l’abbandono delle aree rurali.
A farle eco dall’Università della Tessaglia è stato il professor Christos Pantera, sollevando il velo su un clamoroso paradosso biologico: “Oggi in Europa c’è più bosco rispetto a cinquant’anni fa, ma è infinitamente più fragile.” La fine delle attività agro-pastorali tradizionali nelle aree montane e collinari ha rimosso la naturale pulizia del sottobosco con il risultato che una distesa continua e disordinata di vegetazione funge da gigantesca polveriera.
Il dito degli scienziati è puntato anche contro l’attuale modello di spesa pubblica. Storicamente, l’80-90% dei fondi viene investito nella soppressione degli incendi (Canadair, elicotteri, logistica d’emergenza) piuttosto che nella prevenzione. “Non si vince la guerra contro gli incendi estivi con gli idrovolanti, ma nei dieci anni precedenti curando il territorio” – incalzano gli esperti.
Se non possiamo cambiare il clima nell’immediato, l’unica variabile su cui l’uomo può intervenire è il combustibile vegetale. La risposta dell’UE si chiama Nature-based Solutions (NbS), ovvero soluzioni ingegneristiche e gestionali che replicano i ritmi della natura.
Dagli studi paneuropei emergono cinque pilastri fondamentali per riscrivere il destino delle nostre foreste:
- Il paesaggio a mosaico: spezzare le enormi e monotone distese di pinete o eucalipti altamente infiammabili, intercalando aree coltivate, uliveti, vigneti o pascoli. L’agricoltura agisce così come un frangifuoco naturale.
- I frangifuoco verdi: introdurre strategicamente fasce di latifoglie autoctone (come le querce), alberi che contengono molta più umidità e bruciano molto più lentamente rispetto alle conifere.
- Il pascolo mirato (Targeted Grazing): utilizzare greggi di capre e pecore per pulire la biomassa secca del sottobosco a costo zero, favorendo la ripresa di un’economia circolare nelle zone rurali marginali.
- Il ritorno del “fuoco prescritto”: utilizzare il fuoco in modo controllato e scientifico nei mesi invernali per eliminare l’eccesso di sterpaglie. Una tecnica antica che mima i cicli di autopulizia degli ecosistemi.
- Selvicoltura adattiva e gestione post-incendio: convertire le monoculture in boschi misti e proteggere i terreni già percorsi dalle fiamme per evitare l’erosione e l’invasione di piante aliene.
Dalla teoria alla pratica: i progetti sul campo
L’UE non sta solo offrendo linee guida, ma sta stanziando capitali. Philippe Tulkens, a capo della direzione generale della ricerca e dell’innovazione (DG RTD) della Commissione europea, ha ricordato la forza della Missione UE sull’adattamento climatico. L’obiettivo è colossale: rendere finanziariamente e strutturalmente resilienti almeno 150 regioni europee entro il 2030 con le risorse finanziarie del programma Horizon Europe.
I frutti di questa strategia si vedono già in alcuni progetti transfrontalieri come FIREPOCTEP+, coordinato dal professor Juan Picos dell’Università di Vigo, che opera al confine tra Spagna e Portogallo, dove la crisi climatica ha quadruplicato i giorni a rischio estremo, e si fonda sulla collaborazione dei ricercatori con le comunità locali. A Viseu Dão Lafões e nell’Alto Minho sono nate vere e proprie “scuole di addestramento” per recuperare l’uso tradizionale del fuoco, mentre in Andalusia il pascolo gestito sta salvando ettari di pinete generando al contempo una microeconomia basata sulla raccolta dei pinoli.
La transizione verso un’Europa protetta dagli incendi incontra però numerosi ostacoli, come ricordano gli esperti: la frammentazione burocratica e l’incoerenza tra i sussidi agricoli e le politiche ambientali frenano ancora lo sviluppo di queste soluzioni su larga scala.
L’appello politico ed economico del gruppo STOA è di dirigere le risorse dell’UE verso i piani di selvicoltura preventiva, piuttosto che verso i mezzi di soccorso. Ma, soprattutto, pagare gli agricoltori e i pastori non solo per ciò che producono, ma per il loro ruolo insostituibile di “custodi biologici” del territorio.
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