L’audizione al Parlamento europeo sul tema ‘“Promuovere la solidarietà nelle generazioni e tra di esse attraverso pensioni dignitose” evidenzia i limiti redistributivi dei pensionamenti flessibili e la necessità di riforme strutturali orientate alla tutela dei giovani e all’equità di genere.
Il 23 giugno, in commissione EMPL del Parlamento si è tenuta un’audizione pubblica per discutere delle sfide che i sistemi di sicurezza sociale e pensionistici devono affrontare in tutta l’Unione europea e delle possibili risposte politiche sia a livello nazionale che a livello dell’UE.
In un contesto caratterizzato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento dell’aspettativa di vita e dal calo dei tassi di fertilità, nonché dall’evoluzione delle tendenze del mercato del lavoro – quali la frammentazione dei percorsi professionali, il lavoro su piattaforme digitali e le persistenti disuguaglianze di genere – deputati, esperti, parti sociali e stakeholder si sono confrontati sulle possibilità di garantire pensioni adeguate, eque e sostenibili alle generazioni attuali e future.
La discussione è stata animata dalla presentazione di alcuni studi e ricerche sul tema della solidarietà generazionale e intergenerazionale nel settore delle pensioni. In particolare, la ricerca comparativa approfondita sui sistemi pensionistici e sui percorsi di pensionamento flessibili nell’UE condotta dall’OSE (European Social Observatory, https://employment-social-affairs.ec.europa.eu/flexible-retirement-pathways-analysis-policies-28-european-countries_en). La ricerca individua quattro filoni principali di percorsi flessibili di pensionamento adottati in 28 paesi europei (27 Stati membri e Norvegia): 1. incentivi al pensionamento differito (ad esempio, la tassazione ridotta adottata, tuttavia, solo in 5 paesi dell’Unione), 2. età pensionabili differenziate (ad esempio, per i lavori gravosi), 3. età pensionabili flessibili (solo in Finlandia, Svezia e Norvegia – che non hanno fissato un’età di pensionamento fissa), 4. combinazione della pensione con il lavoro a tempo parziale (pensionamento parziale e lavoro in 11 paesi dell’Europa occidentale, compresa la Norvegia; introduzione di incentivi fiscali in 21 paesi; quote contributive ridotte in circa il 50 per cento dei paesi europei).
Sebbene i percorsi flessibili sembrino promettenti, la ricerca mette in luce una realtà regressiva. Opzioni come la possibilità di cumulare la pensione con il lavoro o gli incentivi a posticipare il pensionamento avvantaggiano prevalentemente i lavoratori con redditi più elevati, i white collars, (24,8% dei lavoratori con titoli di studio elevati contro il 10,6% dei lavoratori con bassi livelli di istruzione), e coloro che sono fisicamente in grado di continuare a lavorare (i problemi di salute e i vincoli del mercato del lavoro impediscono a molti lavoratori a bassa qualifica di accedere ai regimi di pensionamento differito. Di contro, i profili altamente qualificati beneficiano maggiormente di tali percorsi. Le donne spesso non beneficiano degli incentivi per differire l’età di pensionamento, principalmente a causa dei carichi di cura familiare o che hanno contratti di lavoro atipici. Di conseguenza, l’efficacia di queste misure nel ridurre il divario pensionistico di genere (gender pension gap) è ancora limitata. Infine, gli sgravi fiscali e i meccanismi che consentono il cumulo della pensione con il reddito da lavoro tendono a favorire i percettori di redditi medio-alti rispetto a quelli più bassi. Secondo i ricercatori di OSE, l’adozione di età pensionabili differenziate e la combinazione tra pensionamento anticipato o parziale e contratti part-time potrebbero generare effetti favorevoli per i lavoratori con carriere lunghe o logoranti (high job strain).
La ricerca ha anche indagato le motivazioni alla base della scelta di prolungare l’attività lavorativa nei lavoratori della classe di età 50-69 anni. Innanzitutto, rileva il fattore finanziario e la necessità di integrare il trattamento pensionistico per evitare la povertà reddituale, la deprivazione materiale o, più in generale, per migliorare il proprio tenore di vita (31% del campione); quindi, la soddisfazione personale di proseguire a lavorare e il mantenimento delle connesse relazioni sociali (34%), particolarmente pronunciata nei nuclei familiari ad alto reddito. La flessibilità dell’orario e delle mansioni gioca anche un ruolo decisivo con una tendenza crescente verso i cosiddetti “lavori flessibili” (flexi-jobs) tra i pensionati. Infine, lo stato di salute (compresa quella psicologica), l’autostima e il desiderio di svolgere un ruolo attivo e significativo nella società).
La ricerca raccomanda ai governi di garantire un miglior e più mirato accesso a età di pensionamento differenziate per i lavoratori che svolgono lavori fisicamente impegnativi, nonché di assicurare un accesso più ampio a informazioni chiare (su media digitali e non) per la pianificazione della pensione individuale. Inoltre, di promuovere un legame più stretto e coordinato tra le riforme dei sistemi pensionistici e le politiche attive del mercato del lavoro; e di potenziare i sistemi di monitoraggio a livello nazionale per tracciare l’efficacia dei sistemi di flessibilità introdotti.
Tra gli interventi che si sono succeduti nel dibattito, diverse le sollecitazioni a un cambio di narrazione da taglio delle pensioni ed eccessivo peso sui bilanci pubblici, sarebbe opportuno ragionare proattivamente. Cosa significa lavorare più a lungo? Avere pensioni più elevate in grado di sostenere le persone nella vecchiaia. Se le pensioni saranno difficili da pagare, il peso ricadrà ancora una volta sui giovani, che già non riescono ad avere figli a causa della precarietà del lavoro, della scarsità di servizi pubblici, dei salari bassi, ecc. E’ necessario offrire a tutti i giovani, condizioni di lavoro e di vita dignitose, affinché tutti possano lavorare più a lungo. Sono tutte condizioni alternative al taglio delle pensioni consigliato dalla Commissione europea, per sostenere i lavoratori di oggi e futuri pensionati.
Il dibattito ha evidenziato la necessità di superare la narrazione incentrata esclusivamente sul taglio delle pensioni e sul contenimento della spesa pubblica, adottando una visione proattiva.
Un eventuale impoverimento del sistema pensionistico rischierebbe di gravare sulle nuove generazioni, già penalizzate da salari bassi, precarietà e carenza di servizi, elementi che frenano la natalità. È emersa la richiesta di soluzioni alternative ai tagli raccomandati dalla Commissione europea, garantendo condizioni di vita e lavoro dignitose per i giovani.
Se da un lato, il gruppo europeo di alto livello sulle pensioni ha esaminato l’affiancamento dei fondi di previdenza complementare (2° e 3° pilastro) ai sistemi pubblici a ripartizione, viene espressa preoccupazione per l’ipotesi di un’adesione di massa al PEPP (Prodotto pensionistico individuale paneuropeo), poiché rischierebbe di indebolire la sostenibilità finanziaria del sistema pubblico. Secondo i partecipanti, sarà fondamentale per il PEPP l’interpretazione politica in ogni singolo stato membro (partiti, sindacati e datori di lavoro). In particolare, in relazione ai fondi pensione professionali di secondo pilastro le parti sociali e sindacati hanno un ruolo chiave anche per il riconoscimento e calcolo del peso dei periodi di cura familiare negli schemi pensionistici.
Viene notato che l’assenza di un’efficace politica previdenziale nell’UE (evidenziata dagli esperti) è tale anche a causa della mancanza di una solida politica familiare intesa come vera e propria leva macroeconomica. L’assenza di investimenti sulla famiglia sposta l’onere finanziario tra generazioni; emerge la necessità di individuare politiche familiari idonee ad aumentare i contribuenti del futuro e interrompere questo circolo vizioso. Viene infine sollecitato un cambio di paradigma basato sulla solidarietà e sulla collaborazione generazionale di mutuo vantaggio. Si propone di investire nel capitale umano fin dai primi anni di vita per contrastare l’insostenibilità del sistema a ripartizione (PAYG). Ciò include il superamento del gender gap, il recepimento della direttiva sulla trasparenza salariale, gli investimenti nei servizi educazione e cura della prima infanzia, il potenziamento dei congedi parentali e la condivisione del carico di cura. È necessario riconoscere il valore sociale della maternità, garantire l’accessibilità universale ai servizi per anziani e bambini, e preparare i futuri lavoratori nel rispetto delle loro aspettative di vita.
L’intervento conclusivo della Commissione europea, DG EMPL, ha delineato il quadro programmatico europeo in materia previdenziale, focalizzandosi sulle criticità attuali, i rapporti futuri e gli orientamenti strategici del Semestre europeo. Il rapporto triennale sull’adeguatezza delle pensioni, redatto in collaborazione con gli Stati membri e la Norvegia, evidenzia una tendenza al peggioramento delle condizioni pensionistiche nella maggior parte dei Paesi europei. Emerge la necessità di prevedere carriere più lunghe, pur tenendo conto delle specificità e delle differenze tra le diverse attività lavorative. Il documento evidenzia marcate disuguaglianze, in particolare, tra lavoratori autonomi e dipendenti, con i primi che percepiscono trattamenti pensionistici in media di un terzo più bassi rispetto ai secondi; e il divario pensionistico di genere che affonda le sue radici in disuguaglianze che si manifestano ben prima del raggiungimento dell’età pensionabile. Tra le pubblicazioni del prossimo futuro il Pension Outlook dell’OCSE nell’autunno del 2026 e la Relazione del Comitato per la protezione sociale (gruppo ADAGE) focalizzata sull’assistenza a lungo termine (Long-term care) e sull’adeguatezza delle pensioni.
Infine, nell’ambito del Semestre europeo il Pacchetto di primavera ha previsto raccomandazioni specifiche per Paese (CSR) anche in tema pensioni, in particolare per promuovere l’allungamento della vita lavorativa, introdurre riforme strutturali dei sistemi previdenziali e incentivare modelli pensionistici multi-pilastro, garantendo al contempo l’adeguatezza degli assegni pubblici.







