Quando la professione del futuro passa per l’Europa

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“Perché un ente previdenziale organizza un convegno sull’utilizzo dei fondi europei? Per una duplice ragione: da un lato, la consapevolezza che un utilizzo adeguato delle risorse provenienti da Bruxelles rappresenti – soprattutto per le Regioni emergenti e con maggiori potenzialità del nostro Paese – ancora un’opportunità di crescita da valorizzare e che non deve andare sprecata; dall’altra, il fatto che tale capacità è fortemente condizionata dalla professionalità degli attori che intervengono nel complesso processo di allocazione, gestione, monitoraggio, rendicontazione e controllo di tali risorse”, inizia così l’intervento del presidente Walter Anedda spiegando la policy che ha caratetrizzato l’appuntamento annuale “ForumInPrevidenza” tenutosi a Matera mercoledì scorso..

Al termine “Previdenza” – nella quasi totalità dei casi – viene associata la parola “Pensione”, mentre difficilmente e raramente si abbinano temi quali “Crescita”, “Risparmio” o “Investimento”. Questo per il semplice fatto che del concetto previdenziale si è sempre evidenziato la fase finale del processo, la conclusione della vita lavorativa attiva e l’erogazione della pensione, e – mai, invece – l’aspetto di finanziamento, ovvero le fonti alle quali attingere le risorse, nella accertata e accettata convinzione generale che la fiscalità collettiva se ne faccia carico. Se ciò è drammaticamente vero per la previdenza pubblica, lo stesso non può dirsi per le Casse dei liberi professionisti che, non potendo contare sulla compartecipazione finanziaria dello Stato, devono preoccuparsi di sostenere la capacità dei propri iscritti di produrre redditi necessari per versare i contributi.

La nostra è quindi una “Previdenza senza Provvidenze”, che ci obbliga a occuparci anche dei fattori di sviluppo del nostro Paese, che sono il presupposto del mantenimento e della crescita della capacità reddituale dei professionisti.

Nel caso, poi, della categoria che rappresento, all’interesse più generale di un corretto ed efficiente utilizzo delle risorse europee, si aggiunge quello specifico dell’attività qualificata che il dottore commercialista può svolgere nella lunga e complessa filiera che caratterizza la gestione di queste opportunità. Un segmento del mercato professionale troppo spesso tralasciato a causa della visione catoblepica, miope e – a volte – troppo concentrata sulle attività di tipo più tradizionale, che la gestione del contingente ha imposto alla nostra categoria per troppo tempo.

Da qui il desiderio di proporre uno dei tanti percorsi professionali che possono invece dare ampi ritorni sia in termini qualitativi, di motivazione e soddisfazione personale, sia in termini economici, valorizzando quella professionalità che, invero, la ricerca di un codice tributo, piuttosto che l’attesa della circolare esplicativa o della proroga dell’ultimo minuto ha, sino a oggi, frustrato e offeso.

La necessità di evidenziare, soprattutto a coloro che iniziano il percorso professionale, i tanti indirizzi specialistici che possono contraddistinguere la professione del futuro, deve essere obiettivo prioritario di chi, come l’Ente previdenziale, deve garantire un continuo flusso demografico di nuovi iscritti, base principale della sostenibilità su cui poggiare la serenità futura dei professionisti.

In ultimo, non si può non rilevare che la stessa Cassa può essere soggetto direttamente coinvolto nella fruizione delle risorse comunitarie in favore dei propri iscritti, all’interno di progetti di sviluppo in cui si ritagli il corretto spazio di intervento.

Allo stesso tempo, ragionando in termini ancora più ampi, la Cassa potrebbe essere coinvolta assieme agli altri Enti che costituiscono il comparto della previdenza professionale, nella fase consultiva di programmazione delle risorse, facilitandone la veicolazione in termini di efficacia, grazie al particolare osservatorio che gli stessi rappresentano.

Walter Anedda, Presidente CNPADC