Nellโultimo periodo si sta facendo sempre piรน aspro il dibattito politico-economico tra Italia ed Europa sul fronte delle misure di austerity e di riduzione del debito, e sulle conseguenze che da ciรฒ possano scaturire in termini dicotomici di crescita/recessione economica e ricchezza/impoverimento delle famiglie.
Da piรน parti si addebita proprio alle politiche restrittive imposte dalla UE la causa principale del scarsa crescita del nostro Paese; sono pochi coloro che evidenziano come ciรฒ non abbia perรฒ impedito una crescita โa debitoโ della nostra spesa pubblica, con un aumento del nostro deficit di circa 530 mld negli ultimi 10 anni e un rapporto tra debito pubblico e PIL che โ come ha evidenziato recentemente un rapporto Ambrosetti – ha quasi raggiunto il livello registrato nel primo dopoguerra e supera di oltre il 20% il valore massimo registrato durante la seconda guerra mondiale.
Il problema รจ che molti continuano a sostenere la tesi di una crescita economica strettamente legata allโaumento di spesa, senza perรฒ focalizzarsi sulla necessaria scelta qualitativa della medesima.
Quello che appare รจ un Paese avviluppato attorno alle sue fragilitร che nonostante un formale e timido tentativo di contenere il debito ha continuato negli anni a creare deficit e ad ampliare la forbice tra investimenti e spesa corrente.
Negli ultimi 10 anni il debito รจ cresciuto di oltre il 24% e in particolar modo questo รจ stato il risultato di un notevole incremento di spesa corrente. Eโ necessario un maggiore impulso, attraverso una maggiore quota di investimenti, verso quellโattivismo imprenditoriale che in passato ha trainato il Paese verso scenari post crisi. Invece, abbiamo assistito negli anni al crescere di una spesa improduttiva che non puรฒ garantire quei ritorni sperati.
Nรจ si possono derubricare le preoccupanti valutazioni tecniche espresse dagli organismi economici (in ultimo lโOCSE) a semplici esercizi numerici o a dichiarazioni di menagrame presenze (di renziana memoria) da allontanare con gesti apotropaici. Perchรฉ al di lร delle valutazioni domestiche, esse sono alla base di scelte dei fondi stranieri che acquistano il nostro debito o che investono nelle nostre imprese.
Se in questi anni i principali indicatori economici hanno evidenziato una contrazione degli investimenti, sia pubblici, sia privati, forse รจ il caso di trasformare il velato ottimismo dei dati in qualcosa di piรน concreto, continuando a spingere gli investimenti in particolar modo sulle imprese e sui giovani che vogliono fare impresa.
Non si fa crescita per decreto. Non si fa crescita con una narrazione diversa dalla realtร e, tantomeno, cercando di mutare la realtร quando questa non corrisponde alla narrazione.
Bisogna tornare ad essere competitivi e avvicinarsi di piรน allโEuropa e, di rimando, aiutare lโEuropa a rimanere agganciata alle principali economie mondiali.
Da qui la necessitร di far recuperare la fiducia nei confronti del nostro Paese, senza che ciรฒ perรฒ appaia come una richiesta di professione di fede sulle nostre capacitร di sviluppo.
Fiducia e fede sono due concetti diversi: la fiducia si matura su dati obiettivi, si acquista momento per momento, si basa su valutazioni e analisi; la fede invece non ammette analisi critica ma solo ideologica cieca credenza. Sulla prima si basano le scelte consapevoli, sulla seconda le effimere illusioni.
Quello che accade oggi รจ che si continua a far fatica ad attrarre risorse, per la scarsa trasparenza, per lโelevato peso di una anacronistica burocrazia, per una obiettiva inefficienza del sistema giudiziario, per un impianto normativo instabile e schizofrenico: lโesatto opposto di ciรฒ che crea fiducia.
Eโ imprescindibile una visione multidimensionale del problema, perchรฉ รจ fondamentale allo stesso tempo cercare di offrire garanzie di stabilitร politica, normativa, economica. Serve assumersi delle responsabilitร politiche; fare scelte non sulla base di quello che i cittadini chiedono ma sulla base di quello di cui i cittadini hanno bisogno; assumere decisioni che non si basino su un mero e limitato tornaconto elettorale di breve respiro.
Scelte che, ad esempio, la nostra Cassa ha fatto 15 anni fa per far fronte ad un deficit dโimportazione pubblica, mettendo in campo misure per tornare a far โcorrereโ la sua previdenza e puntando proprio sulla crescita di fiducia (non di fede) dei propri iscritti. Fare la cosa giusta รจ troppo spesso (e ingiustamente) giudicato impopolare, ma tante volte agire in modo tempestivo รจ lโunica strada per evitare scenari infausti e garantirsi margini di manovra per i necessari correttivi.





