“Che previdenza dopo la crisi”

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“Pare evidente una nuova esigenza di fare previdenza. Una previdenza che non sia soltanto ordinaria, classica, post-lavorativa, in altre parole la pensione o l’assistenza al bisogno di chi lavorando ha una necessità. Vorrei iniziare a ragionare, o meglio ad amplificare, quel concetto di supporto al lavoro che definiamo come “welfare” o come “assistenza strategica”. Un welfare che possa supportare il lavoro sia come sostegno all’attività professionale e al suo reddito, sia, in una visione attiva, per cercare di permettere a ognuno di sviluppare al massimo le potenzialità lavorative” così il Presidente dell’AdEPP, Alberto Oliveti, nel suo intervento, che riportiamo nella sua interezza, al webinar organizzato dall’Associazione al quale hanno partecipato i presidenti degli Ordini professionali e rappresentanti di associazioni e organismi del mondo previdenza.

INTRODUZIONE

Il tema di questo webinar è “Che previdenza dopo la crisi”. Prima di iniziare mi sento in obbligo di ricordare tutti coloro che hanno perso la vita a causa del Covid-19. Vorrei ricordare anche le donne e gli uomini che l’hanno persa per portare aiuto e per curare gli ammalati di Covid. Il mondo dei medici, degli infermieri, degli operatori sanitari, degli ausiliari è stato pesantemente colpito. A tutti loro va il mio ricordo in questo momento.

Per tornare al titolo di questo incontro, dobbiamo confrontarci sul fatto che pare evidente una nuova esigenza di fare previdenza. Una previdenza che non sia soltanto ordinaria, classica, post-lavorativa, in altre parole la pensione o l’assistenza al bisogno di chi lavorando ha una necessità. Vorrei iniziare a ragionare, o meglio ad amplificare, quel concetto di supporto al lavoro che definiamo come “welfare” o come “assistenza strategica”. Un welfare che possa supportare il lavoro sia come sostegno all’attività professionale e al suo reddito, sia, in una visione attiva, per cercare di permettere a ognuno di sviluppare al massimo le potenzialità lavorative.

Nel fare questo, ricordo però, che il mondo Casse, che ho l’onore di rappresentare, non può mettere in pratica misure di ammortizzazione sociale che sono invece prerogative dell’Inps.

Vorrei ricordare brevemente da chi è costituito il mondo Casse. Dall’ultima presentazione del mercato del lavoro in Italia (dati di fine dicembre 2018), degli occupati, cioè 23,2 milioni di cittadini italiani, quasi 18 milioni sono lavoratori dipendenti. 5,3 milioni, ma il dato oggi è calato a 5,18 milioni, sono lavoratori indipendenti. Nell’ambito di questi lavoratori indipendenti, ci sono i liberi professionisti, cioè i prestatori d’opera intellettuale che sono 1,44 milioni, di cui un milione circa iscritti all’Adepp. L’Adepp ha in realtà 1,65 milioni di iscritti, perché al milione di liberi professionisti si aggiungono 85mila pensionati attivi e 560mila dipendenti.

L’Adepp è formato da 19 Casse, registra 10,3 miliardi di entrate contributive ed eroga prestazioni per 6,6 miliardi. Nel 2018 sono state erogate 562mila prestazioni, 509 milioni in welfare, 500 milioni di uscite fiscali, per un patrimonio globale delle Casse di 87miliardi. Sappiamo però che il patrimonio è composto essenzialmente da contributi a garanzia della tenuta del sistema. Produciamo lavoro per circa mezzo milione di nostri dipendenti, e abbiamo un riferimento al Pil che supera il 10 per cento.

Per la maggior parte delle Casse iscritte all’Adepp siamo deputati a gestire il primo pilastro obbligatorio della previdenza e occupiamo l’area Casse che si contrappone all’area Inps.

Purtroppo abbiamo dovuto notare delle discriminazioni in questi tempi post crisi nell’ambito del lavoro autonomo e abbiamo dovuto alzare la voce.

Siamo stati discriminati per quanto riguarda il fondo per il reddito di ultima istanza, che è stato ridotto e poi implementato. Siamo stati discriminati nell’ambito del finanziamento a fondo perduto, dell’articolo 25 del Decreto legge 34, il Decreto “Rilancio”.

Siamo stati discriminati nelle prestazioni di carattere assistenziale che come Cassa abbiamo erogato, vedendole sottoposte a prelievo fiscale. Al contrario, quando ci siamo prestati ad anticipare i famosi 600 euro garantiti dallo Stato, sia la prima tranche sia le successive che verranno date, abbiamo visto che questi sono esenti fiscalmente.

Da questo punto di vista, parlando di lavoro, è evidente che ci sia una forte spinta delle Casse per dare welfare agli iscritti. È naturale in questo senso l’allineamento con gli Ordini professionali. Gli Ordini professionali a mio parere hanno il principale scopo di garantire la qualità dell’esercizio professionale al cittadino. Da questa qualità le Casse traggono i flussi contributivi che poi distribuiscono in modo circolare agli iscritti.

Come Casse però abbiamo dei problemi. Per le Casse della legge 509 i problemi sono di sostenibilità, con un eccesso di provviste a garanzia delle prestazioni. Un eccesso che oggi, per certi versi, potrebbe essere considerato anacronistico, e ciò perché non possiamo liberamente accedere a questa provvista. Dobbiamo essere sostenibili a 50 anni, però nello stesso tempo dobbiamo sottostare a questa fiscalità.

Le Casse della legge 103 invece hanno il problema dell’adeguatezza delle prestazioni, e oggi devono fornire misure di tutela al lavoro dei loro professionisti.

Abbiamo una fiscalità molto pesante: veniamo tassati nei rendimenti dei nostri investimenti patrimoniali come se fossimo un’attività di impresa di tipo lucrativo. Un unicum in Europa. Siamo chiamati costantemente a sostenere il Paese in cui lavoriamo. È evidente che siamo sensibili al Paese, ma riteniamo che il nostro compito sia quello di sostenere i professionisti e il loro esercizio professionale. Non dovremmo “saltare il passo” andando a fare investimenti sul Paese. Questo non dovrebbe spettare a noi, ma alla fiscalità generale.

Nello stesso tempo oggi ci dobbiamo impegnare in un welfare, che qualcuno ha chiamato “catastrofale”, con misure che per certi versi possono configurarsi come interventi di sostegno passivo o di ammortizzazione sociale, senza però avere una fiscalità di scopo.

È la fiscalità europea alla quale noi ci richiamiamo, e al rapporto con l’Europa che dobbiamo sostenere. Come sappiamo, in Europa i professionisti liberali vengono considerati degli imprenditori in quanto svolgono un’attività economica volta a produrre servizi. Corriamo però il rischio di una deregolamentazione, a scopo anti-protezionistico e anti-cartello, che può portare anche a una dequalificazione dell’esercizio professionale. Non vogliamo questa dequalificazione e l’abbiamo ribadito in un intervento che abbiamo fatto ormai un anno fa in Europa. Abbiamo rilanciato questo messaggio ai parlamentari europei e abbiamo proposto un rapporto di iniziativa al Parlamento europeo sulla situazione delle professioni liberali in Europa. Nello stesso tempo abbiamo chiesto una stimolazione, cioè un tentativo riferito alle tre aree in cui possiamo divedere le nostre azioni: area tecnica, area scientifica e area giuridico-economica. Un tentativo ordinistico e delle Casse di definire in cosa consista la “qualità europea”. È necessario appunto stabilire quali siano i criteri, gli indicatori e gli standard di qualità da poter cercare mettere nel tavolo comune per definire meglio un livello qualitativo che sia omogeneo. Perché, ribadisco, ad unirci è la battaglia per il mantenimento della qualità.

CONCLUSIONI

Sinergie, progetto comune e autonomia: sono queste le parole, e i concetti che ruotano intorno ad esse, che io definirei fondamentali. Per quanto riguarda la domanda “che previdenza fare dopo la crisi?”, credo che noi dovremmo avere la capacità di mediare tra l’esigenza di occuparci della previdenza post-lavorativa per la quale originariamente gli iscritti ci danno, contenti o non contenti, i loro contributi e nello stesso tempo dobbiamo avere la capacità di spiegare le ali a questo welfare che sta diventando necessario oltre che utile. È questa circolarità che le Casse stanno proponendo: non soltanto la linearità del passaggio dal contributo lavorativo alla pensione, ma anche all’utilizzo dei patrimoni come volano per sostenere il lavoro. Ci proponiamo pertanto al mondo della politica con più qualità e con livelli di efficienza e di appropriatezza adeguati ai parametri nazionali ed europei.

Con piacere facciamo i nostri complimenti e gli auguri a coloro che andranno agli Stati Generali a rappresentare le professioni liberali. Professioni che si pongono, da una parte, tra la fredda logica del mercato – una visione quindi alla Adam Smith – e dall’altra una burocrazia amministrativa tipica del managerialismo delle professioni amministrate. Noi crediamo in una visione professionale nella quale le competenze e le conoscenze misurate ritornino ad avere importanza e distinguano realmente “chi deve fare cosa”. Ciò perché crediamo che l’“uno vale uno” sia applicabile solo nel campo delle opportunità e dei diritti, e non nel campo dell’esercizio delle capacità e delle competenze professionali.

Crediamo che l’indipendenza professionale dell’esercizio, individuale e in società, sia fondamentale per garantire l’autonomia da un lato e configurare responsabilità dall’altro. Questi professionisti hanno un valore di interesse comunitario e collettivo; il valore più alto se rapportato alla nostra Costituzione. Vogliamo mantenere questa valenza di rango costituzionale della quale ci fregiamo nel momento in cui riteniamo di appartenere a professioni regolamentate da Ordini che tutelano Albi professionali. Da questo punto di vista sono convinto che questa sia per noi una sfida importante, che sia accompagna alle sfide del cambiamento, dell’imprevedibile e dell’emergenza catastrofale che stiamo vivendo.

È una sfida che necessita di essere portata in Europa perché dobbiamo cercare di omogeneizzare la valenza professionale comunitaria. Nello stesso tempo è importante dare maggiore visibilità alle nostre esperienze – che sono un bagaglio non da poco, come abbiamo visto nei nostri passaggi europei – perché crediamo di poter dire tranquillamente e dignitosamente la nostra.

Concludendo, io penso che questo sia il primo gradino di una scala che dovremo percorrere insieme, allineando gli interessi. Allineare significa che ognuno possiede la sua funzione, il suo scopo specifico. Credo però che la qualità dell’esercizio professionale sia l’hub, in un sistema hub and spoke nel quale noi, ognuno per la sua parte, dovremo fare quello che è nelle nostre possibilità. Continueremo a confrontarci e credo che questa sia una prima esperienza a cui ne seguiranno altre.

Crediamo nell’utilità del confronto con la politica e con gli stakeholder generali, ma anche con chi ci controlla, con chi ci vigila e con chi costruisce un’opinione. Credo che tra le nostre migliori capacità ci sia quella di far conoscere il nostro mondo: un mondo di conoscenze e competenze, di responsabilità e autonomia. Un’opera professionale – ribadisco – di tipo prevalentemente intellettuale.

Dobbiamo difendere la dignità del nostro operato e credo che lavorando insieme potremo farlo meglio.