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Visco “Puntare sulla crescita per frenare la crisi”

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“La crisi economica derivante dal coronavirus rischia di compromettere in maniera strutturale la produttività italiana. Occorre invece centrare gli obiettivi di crescita e rimettere così in sesto i conti pubblici, soprattutto il debito pubblico proiettato al 160% del Pil per il mix di interventi in deficit e rallentamento della ricchezza nazionale. Un percorso che potrebbe durare un decennio, prima di ritornare ai livelli antecedenti la pandemia” a sostenerlo il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, intervenuto al webinar degli Stati generali delle pensioni di Deutsche Bank e Università Bocconi. (il suo intervento su https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2020/Visco_041120.pdf)

“In Italia, come nel resto d’Europa – ha detto Visco – l’impatto sul debito pubblico della crisi pandemica e delle misure di bilancio discrezionali adottate per mitigarla è notevole. Anche l’impatto sui sistemi pensionistici sarà, per lo meno nel breve periodo, significativo. I sistemi a capitalizzazione risentiranno del calo registrato dai rendimenti finanziari (che riduce il valore del montante accumulato) e l’aumento della disoccupazione avrà l’effetto di ridurre i versamenti dei lavoratori ai fondi. Per quanto riguarda i sistemi pubblici a ripartizione, la diminuzione degli occupati ridurrà le entrate contributive e probabilmente aumenterà gli esborsi (chi ha perso il lavoro in questi mesi tenderà, se le regole glielo consentono, a pensionarsi)”.

“È necessario promuovere la previdenza complementare. Un sistema multi‒pilastro è utile al lavoratore perché può consentire il conseguimento di benefici pensionistici adeguati anche a fronte di regole di calcolo meno generose per le pensioni pubbliche, con una migliore diversificazione del rischio. In Italia i tassi di adesione a schemi di previdenza complementare sono cresciuti in modo abbastanza significativo negli anni successivi alla riforma del settore (nel 2005), nonostante le crisi economiche che si sono susseguite e il peso rilevante del pilastro pubblico. Tuttavia, spesso i versamenti sono insufficienti e discontinui, soprattutto per quei lavoratori che più ne beneficerebbero (i più giovani, i precari, le donne, chi è impiegato nelle piccole imprese (diapositiva 13); in assenza di significativi interventi gli effetti della crisi pandemica potrebbero essere quindi particolarmente negativi”.

E sul debito il Governatore sottolinea “Assicurare nel prossimo decennio una rapida riduzione del debito, innalzato dagli effetti della pandemia e dalle indispensabili risposte di finanza pubblica richiederà la massima attenzione alla qualità delle misure di sostegno dell’economia e un graduale aggiustamento dei saldi di bilancio quando le condizioni macroeconomiche saranno più favorevoli”.

“Con una crescita media dell’attività economica attorno all’1,5 per cento, un’inflazione che si riporti progressivamente poco al di sotto del 2 per cento, un graduale ritorno dell’avanzo primario dalla metà del periodo considerato all’1,5 per cento del prodotto e un differenziale di rendimento decennale tra i titoli pubblici italiani e quelli tedeschi su valori attorno a 100 punti base – ha denunciato Visco – il peso del debito potrebbe riportarsi ai livelli pre-Covid nell’arco di un decennio. Si tratta di un sentiero di consolidamento dei conti non dissimile da quello tratteggiato dal governo nella recente Nota di aggiornamento del Def”.

Visco ha inoltre spiegato che “il tasso di crescita della produttività potrebbe risentire permanentemente della pandemia. Su di esso potrebbero ad esempio influire la ridefinizione delle catene del valore, l’uscita dai mercati di imprese profittevoli ma illiquide, la scarsità di investimenti dovuta all’incremento dell’incertezza e la riduzione della partecipazione al lavoro. La crescita potrà evitare squilibri a lungo termine e frenare la crisi”.

Il Governatore, infine, ha affrontato anche il tema legato ai neet (i giovani che non studiano e non lavorano).

“L’Italia è al primo posto per la percentuale di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Un drammatico spreco di potenzialità a livello non solo economico, con conseguenze particolarmente gravi sul piano sociale: è urgente rispondere e  da questo soprattutto dipende il futuro del Paese e, in ultima istanza, il rientro da un debito pubblico molto elevato e la sicurezza del mantenimento degli impegni sul fronte previdenziale”.