Expat e NEET laureati: quanto perde l’Italia?

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“Prendete 6 miliardi e bruciateli. Oppure moltiplicate per due gli investimenti in università e ricerca di quest’anno e usateli per imballare un reso Amazon. Non è una challenge per ricchi annoiati, ma quello che ha fatto l’Italia, uno dei paesi più vecchi e indebitati d’Europa, nel 2019. Come? Lasciando che la sua meglio gioventù se ne andasse o sprecasse i suoi talenti in attesa di un lavoro. Una dilapidazione del capitale umano che non possiamo permetterci. Se i giovani se ne vanno chi pagherà le pensioni, il welfare e il debito pubblico?” a dare una risposta o comunque ad analizzare i problemi legati sia ai neet sia agli “espatriati” ci pensa il sito di Repubblica che mette in evidenza dati numeri e considerazioni anche di esperti in demografia come Alessandro Rosina. Con una ipotesi di quadro futuro.

Expat e NEET laureati: quanto perde l’Italia?

A quanto ammonta la perdita economica del paese nel 2019 a causa dei giovani laureati che in un anno hanno deciso di trasferirsi all’estero o sono diventati Neet? Abbiamo calcolato questa cifra tenendo conto delle spese per l’istruzione, del mancato versamento dei contributi e della spesa sociale. Per concretizzare la somma abbiamo usato come termine di paragone il Pil nominale di alcuni stati in base alla cifra totale, alcune voci del welfare italiano e investimenti. I risultati sono una proiezione per quantificare la perdita che l’economia subirà in 1 anno (2019) e nei prossimi 40, ovvero la durata media lavorativa di un contribuente.

Le cifre riportate in precedenza sono in realtà solo una parte delle perdite del paese. Nel conto infatti abbiamo preso in considerazione solo i laureati under 35 che nel 2019 hanno spostato la residenza all’estero (17.959) e i loro coetanei che nello stesso anno con una laurea in tasca hanno abbandonato la ricerca attiva di un lavoro o di un percorso formativo (sono 27.000). Ma a questa fetta di popolazione andrebbe aggiunto il numero di expat non laureati e quelli che partiti negli anni passati non sono più tornati. Tutto questo per dire che, nonostante le cifre a nove zeri, l’emorragia di capitale umano è ancor più allarmante e onerosa di quanto si pensi.

Con la laurea in valigia

Negli ultimi sette anni sempre più ragazzi hanno fatto le valigie e lasciato l’Italia o hanno abbandonato la ricerca attiva di un lavoro e la formazione personale. “L’Italia è una delle economie avanzate che maggiormente sono entrate in questo secolo pretendendo di crescere lasciando ai margini i giovani”, afferma il prof Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano. “E così – sottolinea Rosina – siamo cresciuti meno degli altri e abbiamo anche depotenziato le energie e le intelligenze nuove da mettere a servizio di una crescita solida e competitiva presente e futura”.

Da tempo le istituzioni europee e gli economisti parlano di un circolo vizioso insostenibile e chiedono all’Italia di correre ai ripari finanziando e investendo su istruzione e accesso al lavoro delle nuove generazioni. Una richiesta che è rimasta inascoltata visto che del Recovery Fund, ovvero più di 220 miliardi di euro destinati alla ripresa economica del paese, una minima parte è destinata allo sviluppo del lavoro dei giovani e manca un piano di investimento organico e strutturato che guardi in questa direzione. Così, ancora una volta, la politica sottovaluta il peso delle nuove generazioni e umilia i giovani già provati da due crisi economiche mondiali.

Fortemente criticata dagli under 35, la scelta di limitare gli investimenti nell’accesso al lavoro e alla formazione ha dato vita a movimenti che propongono soluzioni alternative. Negli audio che affiancano i grafici abbiamo raccolto alcune delle proposte degli esponenti di #Unononbasta, un insieme variegato di sigle associative e voci unite dall’urgenza di cambiare rotta e strategia andando oltre ideologie e colore politico.

“UnoNonBasta nasce il 30 dicembre 2020 come campagna di proposta per aumentare la percentuale di investimenti sui giovani del PNRR, dall’1 al 10% – afferma Sofia Pelizza, attivista di #Unononbasta – Chiediamo almeno venti miliardi per orientamento, formazione e lavoro, per superare la crisi che affligge i giovani nel nostro paese e metterli in condizione di essere il motore della ripartenza: un paese che non investe nei suoi giovani non ha futuro. Non chiediamo sussidi ma lavoro e opportunità”.

Cosa studiano gli expat dottorandi Dottorandi: chi pensa di andarsene

Dal 2012 il numero di ragazzi fino a 35 anni che ha deciso di andarsene dall’Italia ha subito un aumento costante: ma se gli expat con un livello di istruzione basso sono raddoppiati, i laureati o post laureati sono quasi triplicati. La meglio gioventù, quella che potrebbe dare una spinta al rinnovo tecnologico e sociale del paese se ne va verso stati che garantiscano una carriera e un futuro migliori, o semplicemente inerenti al percorso formativo intrapreso.

“Chi è ben formato ed ha un elevato titolo di studio – continua il prof. Rosina – in Italia è ad alto rischio di overeducation, ovvero di svolgere un lavoro che richiede livelli più bassi rispetto alla propria formazione. Per molti la decisione è tra rassegnarsi a non dare il meglio di sé o provare a cercare migliori opportunità all’estero”. Il paradosso di non riuscire a trattenere chi più può contribuire allo sviluppo economico del paese è palese nei numeri che riguardano i dottorandi. Ad espatriare sono soprattutto gli studiosi di materie STEM, ovvero i settori che rappresentano il motore principale di sviluppo futuro e sul quale fuori dall’Italia imprese e governi investono massivamente.

Ma perché anche i “super istruiti” se ne vanno? Per capirlo basta guardare a livello europeo come cambiano il valore e il tasso di rendimento del titolo di studio, ovvero il guadagno che risulta dal conseguimento di un livello più alto di istruzione al netto dei costi per raggiungerla. L’Italia è tra i paesi dove il titolo vale meno sia per la difficoltà di accesso al mondo del lavoro sia per l’allineamento dell’impiego al proprio livello di istruzione. Così non sorprende che le destinazioni più comuni siano Regno Unito, Germania e Francia per tutte le categorie di istruzione; la prossimità geografica è sostenuta anche da un tasso di rendimento molto più vantaggioso rispetto a quello italiano.

Scenari futuri

Ma quando i giovani saranno adulti, chi pagherà le pensioni di coloro che in questi anni hanno preso decisioni politiche ed economiche che li hanno danneggiati? Come è possibile garantire la sostenibilità di un sistema socio-economico che tralascia la fonte del suo sviluppo futuro? Sono domande che si tramandano di generazione in generazione e che vengono chiuse nei cassetti assieme alle politiche scomode ma necessarie per garantire uguaglianza sociale, welfare e benessere alla popolazione di domani.

“Una società che disinveste sulla presenza quantitativa e qualitativa dei giovani si trova, quindi, fatalmente a veder ridurre la propria capacità di crescita, ad allargare squilibri demografici e diseguaglianze sociali. – conclude il professor Rosina – Per uscire dalla spirale negativa è necessario cambiare strategia di sviluppo del paese, non costringendo i giovani ad adattarsi al ribasso a quello che l’Italia oggi offre, come fatto sinora, ma consentendo all’Italia di crescere al meglio di quanto le nuove generazioni possono dare”.