Oliveti “Il cittadino al centro dell’interesse. Necessario il rapporto con il medico di fiducia”

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“L’evidenza dei fatti dimostra che il nostro allarme purtroppo è rimasto inascoltato. In Italia è fallita la programmazione, che non ha saputo porre rimedio a tempo debito, a una penuria di professionisti della medicina generale ampiamente prevista dalle nostre analisi attuariali. Si scontano anni di disinvestimento metodico e selettivo sulla medicina generale” così il Presidente dell’AdEPP e dell’Enpam, Alberto Oliveti, nell’intervista rilasciata al quotidiano “La Verità” affrontando alcuni temi che riguardano sia la professione del medico di famiglia sia quanto Enpam denuncia da anni ossia il problema dell’insufficienza dei medici di medicina generale dovuta ai pensionamenti. Con uno sguardo al progetto delle Case di comunità.

Temi che da una parte hanno registrato, in questi mesi,  la sensibilità del Ministro della salute, Roberto Speranza, dall’altra posizioni diverse tra le Regioni.

Per il Presidente Oliveti al centro dell’interesse resta il cittadino che deve poter mantenere il rapporto di fiducia con il proprio medico. Nessuna chiusura quindi verso l’istituzione delle Case di comunità a patto che queste vengano “istituite come una rete di centri (hub) attorno ai quali gravitano dei punti periferici (spoke) costituiti dagli ambulatori sul territorio dei medici di famiglia e dei pediatri, allora questo modello può avere un senso. Il cittadino manterrebbe infatti il proprio medico di fiducia e avrebbe la possibilità di andare in una Casa di comunità per degli accertamenti diagnostici più specifici oppure per avere un punto di accesso in orari diversi da quelli del proprio studio professionale di riferimento. Senza escludere tra l’altro che in questa stessa Casa di comunità si potrebbe trovare, in determinate fasce orarie, anche il proprio medico di famiglia, il quale potrebbe avere a disposizione strutture e attrezzature più avanzate per fare approfondimenti e diagnosi mirate. Diverso e decisamente non auspicabile sarebbe invece la prospettiva di sostituire l’attuale sistema di studi medici presenti capillarmente sul territorio con delle Case di comunità dislocate ogni cento chilometri quadrati”.

Perchè? Per Oliveti “Il risultato sarebbe che il paziente, invece di avere vicino alla propria abitazione il proprio medico di famiglia, si vedrebbe costretto a fare chilometri per trovare semplicemente un medico di turno. In questo modo il rapporto di fiducia con una persona verrebbe sostituito da quello con un elenco: mi verrebbe da dire, beato chi ci crede che questo possa funzionare! A questo proposito, chiunque abbia una malattia cronica o sia stato costretto a un ricovero in ospedale, sa quanto sia importante avere un medico di fiducia in grado di seguire costantemente le problematiche del caso, monitorando periodicamente l’evoluzione della situazione, e che sia raggiungibile in caso di dubbi e per consigli. Ebbene, in una Casa di comunità congegnata nella prospettiva del “mi riceve chi è di turno”, questo modello assistenziale sarebbe del tutto improponibile perché il rapporto sarebbe spersonalizzato e a singhiozzo.”

Peggiorerebbe la situazione se i medici di medicina generale passassero addirittura alla dipendenza perchè ancora una volta questo, per il presidente Enpam, “nuocerebbe ai pazienti, perché avrebbero di fronte, di volta in volta, un medico diverso, in base ai turni e agli ordini di servizio decisi dall’azienda sanitaria. Quindi non sarebbe più il paziente a scegliere il proprio medico, ma l’azienda sanitaria stessa, secondo logiche che metterebbero da parte la questione fiduciaria. In queste condizioni dovremmo dire addio anche a qualsiasi forma di continuità del rapporto con il professionista come quella con il proprio medico di famiglia a cui finora si ha avuto diritto gratuitamente”.

Cosa fare allora? Quale è la strada da seguire? Oliveti non ha dubbi.Bisogna decidere se in futuro si vuole davvero puntare sul “medico di fiducia” della persona, della famiglia e della comunità, oppure sulla “medicina” della persona e della comunità, dato che non è la stessa cosa. Al momento chi fa il medico di famiglia è considerato il paria della professione: quando si forma riceve una borsa di studio che è meno della metà di quella, già bassa, degli altri specializzandi; quando si diploma ottiene un titolo che non ha la stessa dignità di una specializzazione; quando è in studio gli vengono scaricate incombenze da impiegato amministrativo o videoterminalista, e come se non bastasse, nella sua attività quotidiana subisce delle limitazioni irragionevoli: ad esempio fino a ieri non gli veniva riconosciuta nemmeno la possibilità di prescrivere medicinali cruciali per il diabete, che è una delle patologie più frequenti trattate negli studi dei medici di famiglia”.

Ed infine, il problema dell’assenza dei medici di famiglia che per Oliveti che certo non si può risolvere con l’aumento del numero di pazienti per ogni camice bianco.

“Il medico di famiglia – conclude il Presidente Enpam – deve essere riconosciuto come figura centrale dell’assistenza nella sua area specifica, va supportato con strumenti e va messo in condizioni di ben operare anche dandogli la possibilità effettiva di assumere personale di studio. Altrimenti aumentando i pazienti questi finirebbero per lamentarsi di non riuscire ad entrare in contatto con il medico. Solo a queste condizioni si può pensare di aumentare i pazienti. E in ogni caso il numero massimo di assistiti deve essere messo in stretta relazione all’età dei pazienti e alla loro dispersione geografica. Per intenderci: non è la stessa cosa assistere 1.000 ventenni concentrati in un unico quartiere di una grande città, rispetto all’avere 1.000 assistiti ottantenni dislocati in vari paesini di montagna. Tra l’altro, ora che stanno aumentando la benzina e il costo del riscaldamento, cosa si pensa di fare con la quota capitaria, cioè il compenso che il medico riceve per ogni singolo assistito, ferma a 10 anni fa? Il rischio concreto è che nessuno voglia più fare questa professione oppure che la vada a fare all’estero”.