“Meno chimica più presenza di persone sui campi”

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E’ lo slogan lanciato dal presidente dell’Enpaia, Giorgio Piazza, dal palco del forum della Cassa, tenutosi nei giorni scorsi a a Villa Aurelia, a Roma.

Pubblichiamo una sintesi del suo intervento

L’agricoltura si conferma come elemento centrale nell’economia italiana e nell’immaginario collettivo della nostra società sulla base di una rinnovata centralità del cibo che parte dai campi e arriva sulla tavola degli italiani attraverso una filiera che garantisce l’origine Made in Italy.

Un settore in piena evoluzione, economica e produttiva, che va di pari passo con una crescita della reputazione sociale del mondo agricolo fondata sulla capacità di rispondere tempestivamente alle sfide contemporanee, da quella della sostenibilità a quella tecnologica. A partire dal cambiamento climatico ormai entrato nel quotidiano delle persone con impatti significativi sulla vita economica e sociale del Paese.

L’agricoltura – secondo i dati dell’ultimo report dell’Osservatorio del Mondo Agricolo Enpaia-Censis – genera il 2% del valore aggiunto italiano, è fornitrice decisiva dell’industria agroalimentare e anche del settore alberghi e ristoranti, e sostiene l’attrattività del turismo come un vero e proprio magnete enogastronomico che si fonda sul prodotto agricolo made in Italy.

Nei ristoranti italiani, inclusi quelli degli alberghi, la qualità è alta anche perché i piatti sono fatti con prodotti che arrivano dai nostri campi.

L’80% dei beni primari consumati dalle famiglie italiane proviene dall’agricoltura italiana.

Nella graduatoria Ue del valore aggiunto agricolo l’Italia si colloca al secondo posto (dopo la Francia), con un valore pari a oltre 37 miliardi di euro, cioè il 16,7% del totale del valore aggiunto agricolo Ue .

In termini di produzione, l’Italia si colloca al terzo posto nella graduatoria Ue con un valore di oltre 71 miliardi di euro (13,3% del totale della produzione agricola europea) dopo Francia e Germania (rispettivamente con 96 e 74 miliardi di euro).

Il settore primario, quindi, gioca un ruolo essenziale rispetto alle dinamiche economiche e sociali più ampie.

In Italia sono attive quasi 690 mila imprese agricole, con oltre 834 mila addetti, che negli ultimi dieci anni hanno avuto un’evoluzione dei modelli aziendali: con una contrazione delle imprese individuali che restano però largamente preponderanti con oltre 590 mila unità (il 20% del totale); un aumento significativo delle società di persone diventate oltre 70mila (con un balzo del 28,6% in dieci anni); e un boom delle società di capitale salite a oltre 19 mila (cresciute di quasi il 73%).

Le imprese individuali sono un’infrastruttura economica e sociale importante per il nostro paese e le comunità locali che ne sono letteralmente innervate, e  hanno effetti positivi sulla qualità della vita e sulle necessità di manutenzione e tutela dei territori a fronte di avversità atmosferiche sempre più violente; mentre le imprese più strutturate e con maggiori potenzialità gestionali presentano una più alta capacità di affrontare la complessità dell’evoluzione richiesta alle imprese produttrici in questa fase.

Da tali dimensioni si coglie la rilevanza economica e sociale dell’agricoltura.

Così come pure dal ruolo svolto rispetto alla sfida più impegnativa del nostro tempo: la lotta al cambiamento climatico e per la sostenibilità ambientale, che dovranno essere integrate con la sostenibilità economica e sociale.

Da questo punto di vista occorre rilevare come l’agricoltura sia particolarmente esposta a diversi rischi ambientali: dai cambiamenti indotti dal riscaldamento globale al moltiplicarsi di criticità legate all’esauribilità delle risorse naturali e al possibile razionamento del loro utilizzo, come nel caso dell’acqua o del terreno coltivabile potenzialmente destinabile ad altre attività come la generazione di energie rinnovabili.

Temi che stanno scalando l’agenda delle priorità del nostro Paese, con un aumento della consapevolezza collettiva sull’importanza della sostenibilità.

Nel 2023 l’82% degli italiani considera ormai il cambiamento climatico come un problema molto serio contro il 77% media Ue; solo il 3% degli italiani ormai lo reputa un problema irrilevante, mentre la media Ue è del 7%.

Talvolta, però, con una certa superficialità viene dato spazio a voci che tendono a tacciare agricoltura e allevamento di insostenibilità, trasformandole nel capro espiatorio per il rialzo della temperatura del pianeta e per l’eccesso di produzione di CO2.

Un racconto falso e fuorviante dell’agricoltura, finalizzato a promuovere soluzioni epocali come la produzione di alimenti sintetici, smentito dai dati del Censis. Tra gli italiani che hanno elaborato proprie opinioni sul rapporto tra agricoltura e riscaldamento globale emerge infatti che il 68,9% considera l’agricoltura in prima fila nella lotta al cambiamento climatico (opinione condivisa dal 58,8% dei giovani, dal 68,5% degli adulti e dal 75,1% degli anziani). Una valutazione confortante in linea con la buona reputazione sociale del mondo agricolo, che da tempo viene rilevata anche dal nostro Osservatorio, con un dato evidente: l’agricoltura italiana ha attivato prima degli altri settori meccanismi di adattamento al cambiamento climatico creando al contempo i presupposti per un’offerta di cibo sostenibile, sicura, accessibile.

Al contrario, troppo poco si è riflettuto sulle minacce che il riscaldamento globale fa planare sul mondo agricolo. Il rialzo delle temperature minime e massime oltre una certa soglia, con forti ondate di calore incidono molto negativamente sulla resa delle coltivazioni.

Nel trimestre giugno-agosto 2023 la temperatura media in Europa è stata al di sopra di quella media del periodo 1991-2020. I primi otto mesi del 2023 hanno segnato temperature medie che lo collocano subito dopo il 2016 come anno più caldo della storia umana.

Al rialzo delle temperature è legata anche la siccità che nel biennio 2022-2023 è stata conseguenza di lunghi periodi segnati da assenza di precipitazioni, intervallati da improvvise bombe d’acqua. La scarsità d’acqua sta diventando la sfida primaria per le coltivazioni, in particolare per quelle che più devono ricorrere all’irrigazione.

Tali eventi alimentano i timori legati alle minacce ambientali: Il 47,3% degli italiani valuta come più minacciosi rispetto al passato almeno 11 dei 12 fenomeni indicati quali scioglimento dei ghiacciai, inquinamento dei mari, reiterarsi di eventi atmosferici estremi, canicole, siccità, intensificazione dell’inquinamento atmosferico, scarsità di terre coltivabili, incendi su larga scala e migrazioni indotte dal riscaldamento globale. Il 33% è convinto che tutti e 12 i fenomeni, connessi in vario modo tra loro, siano più minacciosi rispetto al passato.

Si va diffondendo una sorta di eco-ansia.

L’81,4% degli italiani considera più minaccioso rispetto al recente passato lo scioglimento dei ghiacciai.

Il 78,7% indica la minaccia dell’inquinamento dei mari, mentre il 77,4% valuta come più minacciosa che in passato la frequenza con cui si manifestano gravi eventi atmosferici avversi come bombe d’acqua, e violente grandinate.

Il dissesto idrogeologico, con interi territori che franano o sono inondati è segnalato come minaccia più rilevante del passato dal 77,3% degli italiani.

La minaccia della siccità, della scarsità di acqua potabile è indicata dal 76,8% degli italiani.

È evidente che il tema della disponibilità e distribuzione dell’acqua è prioritario anche per l’agricoltura che, ovviamente, è uno dei destinatari degli utilizzi possibili. Tra gli italiani a questo punto esiste ampia consapevolezza della gravità del problema e della necessità di farlo diventa un issue sociopolitica di rilievo su cui elaborare decisioni efficaci e condivise.

La deforestazione preoccupa di più il 75,2% degli italiani, laddove l’inquinamento atmosferico è indicato dal 74,9%

E il 74,3% richiama l’accentuata gravità della minaccia relativa alla scarsità di terre coltivabili a causa della desertificazione che significa, anche in questo caso, elaborare sia scelte efficaci e condivise sulla destinazione delle terre, sia anche investimenti tecnologici e organizzativi che consentano di far fronte alle nuove sfide.

In fondo, il riconoscimento del ruolo degli attori del mondo agricolo rispetto alla transizione a una società più sostenibile, in grado di fronteggiare il riscaldamento globale, significa che quel che gli agricoltori pongono all’attenzione come potenziali soluzioni sono riconosciute come positive o, comunque, condivisibili.

In pratica, di fronte all’aggravarsi di alcune delle minacce globali alla sostenibilità, per gli italiani l’agricoltura è portatrice di soluzioni, non un soggetto che genera danni, senza poi contribuire a fronteggiarli.

L’agricoltura che si va strutturando affianca da tempo alla mission di garantire cibo sicuro a costi accessibili per la maggioranza delle persone, quella di organizzare la produzione e il consumo in linea con le esigenze della sostenibilità.

L’adattamento alla transizione da parte delle imprese agricole e dell’allevamento è in atto da tempo, sta dando risultati ed è largamente riconosciuto dagli italiani.

Giorgio Piazza Presidente Enpaia