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Pensioni, l’Europa accelera: più spazio ai fondi integrativi per salvare il sistema e finanziare la crescita

Il 18 febbraio, il servizio studi del Parlamento europeo, ha rilasciato un paper sull’avanzamento del file legislativo sulla proposta della Commissione di rafforzamento delle pensioni integrative (supplementary pension).

L’Europa si trova ad affrontare una doppia sfida che rischia di mettere sotto pressione il suo modello sociale: l’invecchiamento della popolazione e l’enorme mole di risparmi privati che giacciono inutilizzati sui conti correnti. Da un lato, il sistema pensionistico pubblico a ripartizione – il cosiddetto “pilastro I”, ancora dominante nell’Unione – vede ridursi la propria sostenibilità finanziaria. Dall’altro, miliardi di euro restano inattivi nelle banche, anziché confluire nell’economia reale attraverso strumenti di previdenza complementare (pilastro II) e privata (pilastro III). 

Secondo le istituzioni europee, la risposta passa da una riforma strutturale della previdenza integrativa, capace di rafforzare le pensioni future e, al tempo stesso, sostenere la competitività del continente.

Sebbene le pensioni restino una competenza degli Stati membri – come ripetutamente ribadito nelle conclusioni del Consiglio e nelle risoluzioni parlamentari -, l’Unione europea può intervenire sugli aspetti che incidono sul mercato interno – dalla libera circolazione dei lavoratori alla tutela dei consumatori – e promuovere la convergenza sociale verso l’alto.

Nel 2024, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha fatto proprie le conclusioni del Rapporto Draghi sulla competitività, sottolineando la necessità di mobilitare fino a 750 miliardi di euro l’anno entro il 2030 per finanziare le transizioni verde e digitale, soprattutto, attraverso capitali privati. 

Con la comunicazione del 29 gennaio 2025 sulla “Bussola per la competitività” e, successivamente, con la strategia del 19 marzo 2025 sull’Unione dei risparmi e degli investimenti (SIU), Bruxelles ha indicato chiaramente la rotta: sfruttare il potenziale delle pensioni occupazionali e private per aiutare i cittadini a pianificare il proprio futuro e, insieme, canalizzare risorse verso l’economia europea. Le consultazioni pubbliche sulla SIU si sono chiuse nel luglio 2025 e hanno dato come esito un obiettivo esplicito per affrontare la sostenibilità dei sistemi pensionistici alla luce delle tendenze demografiche, è opportuno investire nella previdenza complementare, come “parte della soluzione”.

Il 20 novembre 2025, come noto, la Commissione ha presentato un pacchetto articolato in tre atti: due proposte legislative e una raccomandazione. Al centro della riforma la revisione del regolamento sul prodotto pensionistico individuale paneuropeo (PEPP), ancora poco diffuso; uno strumento volontario pensato per affiancare pensioni pubbliche e professionali, con un vantaggio chiave: la portabilità per i lavoratori mobili all’interno dell’UE. 

La proposta elimina il tetto massimo dell’1% alle commissioni, sostituendolo con un principio di “value for money”: le autorità nazionali dovranno confrontare costi e rendimenti con prodotti analoghi, imponendo giustificazioni ai fornitori meno performanti. In caso di scostamenti ingiustificati, le autorità potranno chiedere di informare i clienti. Il “PEPP di base” seguirà una strategia di investimento coerente con il ciclo di vita dell’aderente, eliminando la garanzia obbligatoria del capitale. Per altri PEPP resterà l’obbligo di consulenza personalizzata; per quello di base sarà possibile la vendita senza consulenza. I datori di lavoro potranno inoltre attivare meccanismi di adesione automatica (auto-enrolment) in un PEPP. Sono previsti, inoltre, una maggiore trasparenza – con documenti informativi più dettagliati sui costi aggregati e sull’impatto delle commissioni – e la creazione di un registro pubblico centrale gestito dall’European Insurance and Occupational Pensions Authority (EIOPA), con dati storici su costi, performance e indicatori di rischio.

La seconda proposta modifica la direttiva IORP, che disciplina i fondi pensionistici aziendali (pilastro II). Si punta a facilitare fusioni e trasferimenti per creare economie di scala, consentire investimenti anche in asset non quotati (come private equity e venture capital) e ridurre gli ostacoli transfrontalieri. Le autorità nazionali potranno autorizzare temporanee situazioni di sottofinanziamento (fino a dieci anni), mentre i fondi dovranno presentare piani di convergenza in caso di stress test negativi. La raccomandazione, non legislativa, infine promuove sistemi di tracciamento pensionistico e dashboard nazionali, oltre all’auto-enrolment come leva per aumentare la partecipazione.

Non mancano le riserve. In un rapporto speciale del settembre 2025, la Corte dei conti europea ha rilevato che le misure finora adottate non hanno rafforzato in modo efficace il ruolo dei fondi occupazionali né favorito la diffusione del PEPP, invitando la Commissione a intervenire su trasparenza e vigilanza. Tra gli stakeholder, Pensions Europe chiede di rispettare le specificità nazionali e di evitare approcci uniformi. Better Finance, che rappresenta gli investitori retail, teme invece che la rimozione del tetto alle commissioni possa penalizzare i risparmiatori: il limite dell’1%, sostiene, era una garanzia contro prodotti costosi e poco performanti. Dal canto suo, l’European Fund and Asset Management Association (EFAMA) appoggia i sistemi di tracciamento e l’adesione automatica, ritenendo che strategie di investimento basate sul ciclo di vita e una maggiore libertà operativa per i fondi possano rafforzare il settore.

Il nodo resta politico oltre che tecnico: riuscirà l’Unione a conciliare sostenibilità sociale e mobilitazione dei capitali? Con l’invecchiamento demografico che riduce il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati e con la necessità di finanziare le transizioni verde e digitale, la previdenza complementare viene ora indicata come leva strategica. 


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