L’UE non vuole più essere solo un mercato di consumo, ma tornare a essere l’officina del mondo. Il 4 marzo 2026 segna una data storica per la politica economica del Vecchio Continente: la Commissione ha presentato l’Industrial Accelerator Act (IAA), la “messa a terra” definitiva del Rapporto Draghi e del Clean Industrial Deal, con un obiettivo che non ammette repliche: portare la quota del manifatturiero dal 14,3% al 20% del PIL UE entro il 2035.
Il cuore del regolamento è una rivoluzione concettuale: il contenuto locale. Per la prima volta, per vincere i mega-appalti pubblici europei o accedere agli aiuti di Stato bisognerà dimostrare che il valore aggiunto sia generato entro i confini dell’Unione.
Non è solo una questione di etichetta, ma di sopravvivenza per i settori strategici. Nell’industria pesante, ad esempio, entro il 2029 almeno il 25% dell’acciaio e dell’alluminio usato nelle grandi infrastrutture dovrà essere a basse emissioni e di origine UE.
Stesso dicasi per l’automotive: per ottenere i sussidi, i veicoli elettrici dovranno essere assemblati in Europa, con batterie che includano almeno cinque componenti chiave (come celle e materiali attivi) prodotti localmente entro il terzo anno di applicazione.
L’Europa resta aperta al capitale straniero, ma finisce l’era delle concessioni a fondo perduto. Per i grandi investimenti, oltre i 100 milioni di euro, in settori dominati da un singolo Paese terzo (che controlli più del 40% del mercato globale), scatteranno obblighi rigidissimi:
- Lavoro europeo: almeno il 50% dei dipendenti deve essere assunto localmente.
- Valore reale: l’investitore deve garantire il trasferimento di conoscenze e innovazione, e l’Europa non sia un mero terminale di assemblaggio finale per componenti prodotti altrove.
Burocrazia zero per battere gli USA
La risposta europea all’Inflation Reduction Act statunitense passa per la semplificazione. L’IAA impone il Single Digital Permitting, un processo di autorizzazione unico e digitale che abbatte i tempi morti. Per i progetti legati alle materie prime critiche (come litio e cobalto necessari per la transizione), il limite massimo per ottenere i permessi scende a 18 mesi, contro gli anni di attese attuali.
Il piano individua quattro pilastri su cui si gioca la sicurezza economica dell’Unione:
- Energia Pesante: acciaio, cemento e chimica protetti dai criteri di sostenibilità.
- Mobilità: elettrificazione e batterie con filiera corta.
- Net-Zero: solare, eolico e, novità rilevante, il nucleare, inserito tra le tecnologie strategiche con autorizzazioni accelerate.
- Materie Prime: estrazione e riciclo elevati a priorità di sicurezza nazionale.
Il provvedimento punta a creare un “mercato guida” (lead market) per i prodotti green, assicurando che la decarbonizzazione non si trasformi in una deindustrializzazione a vantaggio di giganti come Cina o Stati Uniti.
Il regolamento passa ora al vaglio del Parlamento Europeo e del Consiglio. Se, come previsto, verrà approvato entro la fine dell’anno, l’Europa entrerà nel 2027 con una veste nuova: quella di un blocco economico che protegge le proprie eccellenze e impone le proprie regole a chiunque voglia accedere al mercato più ricco del mondo.
Il regolamento passa ora al vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio. Se l’iter procederà senza intoppi, le nuove norme diventeranno operative entro la fine del 2026, segnando l’inizio di una nuova era di protezionismo “verde” e strategico per l’Unione.
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