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Stato di diritto, l’UE promuove la riforma della giustizia italiana ma resta l’allarme su bavagli, lobby e processi lumaca

Si tiene oggi, 26 maggio, l’incontro del Consiglio per gli affari generali, con all’ordine del giorno, tra gli altri temi, anche il dialogo annuale sullo Stato di diritto dedicato specificamente alla situazione in Francia, Croazia, Italia e Lettonia.

Nella relazione annuale (2025) della Commissione sullo Stato di diritto, l’Italia è indicata come un paese in chiaroscuro. Se da un lato Bruxelles promuove la stabilizzazione delle riforme giudiziarie e registra un netto balzo in avanti della fiducia di cittadini e imprese nella magistratura, dall’altro mette nero su bianco forti preoccupazioni relativamente alla libertà di stampa, ai ritardi della digitalizzazione e all’assenza di norme stringenti su lobby e conflitti di interesse.

 

Infatti, nel capitolo del Rapporto dedicato, la Commissione riconosce al governo italiano importanti passi avanti sul fronte dell’organizzazione giudiziaria. La riforma complessiva del sistema è ormai consolidata e l’efficacia dei decreti attuativi è supportata dal lavoro del Consiglio superiore della magistratura (CSM), lodato per la gestione dei fascicoli di valutazione e per i nuovi filtri sulle nomine dei magistrati fuori ruolo.

 

Questo sforzo strutturale ha generato un’iniezione di fiducia senza precedenti: nel 2025, il 46% dei cittadini e il 48% delle imprese hanno giudicato positivamente l’indipendenza della magistratura (un balzo notevole rispetto al 36% e al 42% registrati nel 2024). A dare ossigeno ai tribunali è anche il piano di assunzioni, che prosegue a pieno ritmo: tra luglio 2024 e aprile 2025 sono entrati in servizio 578 nuovi magistrati ordinari, un tentativo concreto secondo la Commissione di colmare le storiche carenze di organico. Promossi dall’UE anche l’aggiornamento del Piano nazionale anticorruzione e il dietrofront sul taglio del canone RAI, che ha garantito all’emittente pubblica maggiore stabilità finanziaria per l’anno in corso.

Le note dolenti, tuttavia, non mancano e fotografano problemi strutturali difficili da estirpare. Il primo problema resta la lentezza burocratica: il nostro paese detiene ancora il triste primato della durata dei procedimenti civili e commerciali più lunga dell’intera Unione europea, con una durata media di circa 6 anni per arrivare a una risoluzione nei tre gradi di giudizio.

A rallentare la modernizzazione del sistema è intervenuto anche il blackout della digitalizzazione penale. L’introduzione del sistema di gestione digitale (l’applicazione APP) nei tribunali e nelle procure ha subìto una brusca frenata, costringendo il comparto a deroghe e ritardi a causa di gravi carenze tecniche che l’UE chiede di affrontare con sollecitudine.

Preoccupa, inoltre, l’equilibrio dei poteri a Roma. Gli esperti europei accendono una spia rossa sul frequente ricorso da parte del Governo a decreti-legge e voti di fiducia, una prassi che rischia di indebolire le prerogative legislative del Parlamento.

 

Un capitolo caldissimo della relazione sul tavolo dei ministri europei è quello dedicato alla libertà di informazione. Tra i giornalisti e gli osservatori internazionali permangono “forti preoccupazioni” relativamente alle nuove norme che regolano il flusso delle informazioni giudiziarie (in particolare la riforma Nordio e l’emendamento Costa), accusate di limitare il diritto di cronaca. A questo si aggiunge lo stallo al Senato della riforma sulla diffamazione a mezzo stampa, ferma a Palazzo Madama.

 

Sulla base dei “limitati progressi” riscontrati rispetto al 2024, la Commissione europea ha fatto sei raccomandazioni formali tassative per il nostro Paese:

  1. Digitalizzazione penale: completare con urgenza il sistema telematico di gestione delle cause per tribunali e procure.
  2. Lobby e conflitti d’interesse: approvare la legge ferma sui conflitti d’interesse e istituire un registro operativo e trasparente dei lobbisti che includa l’impronta legislativa (legislative footprint).
  3. Finanziamento ai partiti: tracciare in modo rapido le donazioni che passano attraverso fondazioni e associazioni politiche, creando un registro elettronico unico.
  4. Indipendenza RAI: blindare l’autonomia editoriale e finanziaria del servizio pubblico con meccanismi di finanziamento certi e adeguati.
  5. Libertà di stampa: riformare le norme sulla diffamazione e tutelare il segreto professionale delle fonti, allineandosi agli standard europei con l’obiettivo di non penalizzare il diritto di cronaca.
  6. Diritti umani: istituire con urgenza un’Autorità nazionale indipendente per i diritti umani (NHRI), in linea con i “Principi di Parigi” dell’ONU.

 

Per consultare il Rapporto sullo stato di diritto è possibile cliccare qui

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