A New York si apre il Forum cruciale che precede il vertice del 2027. Solo il 35% dei target globali registra progressi sufficienti. Nell’UE cresce il divario tra nord e sud e pesa l’aumento della povertà energetica.
L’ambizioso piano delle Nazioni Unite per salvare il pianeta e garantire un futuro equo è entrato ufficialmente in una fase di “acuta crisi”. Con questo severo verdetto si sono aperti il 7 luglio a New York i lavori del Forum politico di alto livello (HLPF – High Level Policy Forum) sullo Sviluppo Sostenibile che proseguiranno fino al 15 luglio 2026.
Un appuntamento politico che segna la fine di un decennio di implementazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals) e anticipa i negoziati per il post-2030.
In una nota (briefing) del servizio di ricerca del Parlamento europeo, è delineato uno scenario macroeconomico e geopolitico fortemente frammentato, dove guerre, post-pandemia e inflazione hanno di fatto congelato o fatto regredire i progressi globali registrati prima del Covid19.
La fotografia globale scattata dagli scienziati e dai report del Segretariato Generale dell’ONU è da far tremare i polsi. Al giro di boa dell’Agenda 2030, solo il 35% dei traguardi previsti marcia a una velocità adeguata, e un preoccupante 18% di obiettivi registra una netta regressione rispetto ai livelli di partenza del 2015.
I nodi strutturali sono evidenti: ai paesi in via di sviluppo manca la cifra astronomica di 4.200 miliardi di dollari all’anno di finanziamenti, mentre gli aiuti pubblici allo sviluppo (APS) a livello globale hanno subito un pesante taglio del 7,1%.
Se lo sguardo si sposta sul Vecchio Continente, l’Unione europea mantiene formalmente una posizione di leadership. L’indice globale vede la Finlandia al primo posto, seguita da Svezia e Danimarca, con ben 16 Stati membri dell’UE nelle prime 20 posizioni mondiali.
Tuttavia, i dati del Europe Sustainable Development Report 2026 svelano una profonda spaccatura interna, con i paesi del nord Europa e quelli occidentali che al di sopra della media UE, mentre l’Europa meridionale (inclusa l’Italia), i Paesi Baltici e l’Est Europa arrancano tutti al di sotto della media continentale. Quest’anno l’Italia, insieme all’Estonia, presenterà a New York il proprio Rapporto Nazionale Volontario (VNR) per fare il punto sui rispettivi ritardi strutturali.
Il Forum di quest’anno esamina in particolare alcuni obiettivi chiave, mostrando le contraddizioni delle politiche europee sui rispettivi ambiti:
- Acqua e servizi igienici (SDG 6): Sebbene l’’accesso alla rete idrica sia garantito alla stragrande maggioranza dei cittadini UE, i fiumi europei vedono aumentare i livelli di inquinamento da fosfati e la percentuale di acque balneabili eccellenti è in calo. Inoltre, la scarsità idrica dovuta alle frequenti siccità sta mettendo in ginocchio l’agricoltura.
- Energia pulita e accessibile (SDG 7): Le rinnovabili crescono (raggiungendo il 24,6% dei consumi nel 2023), ma l’Europa sta fallendo sul piano sociale dell’accessibilità. A causa del rincaro dei prezzi energetici, oltre 34 milioni di europei vivono in condizioni di “povertà energetica”. Nel 2023, ben il 10,6% dei cittadini non ha potuto riscaldare adeguatamente la propria casa, contro il 6,9% del 2021.
- Infrastrutture e cementificazione (SDG 11): Nelle città europee, dove vive il 75% della popolazione, si riducono i decessi per inquinamento , ma dilaga la cementificazione irreversibile del suolo (arrivata al 2,7% della superficie totale dell’UE), mentre i trasporti restano ancora schiacciati dal dominio dell’auto privata e del trasporto merci su gomma.
Il documento del Parlamento europeo solleva infine un dubbio politico non trascurabile: la leadership dell’UE sulla sostenibilità sta evaporando? Per la prima volta, gli obiettivi SDG non compaiono esplicitamente nelle Linee guida politiche della Commissione europea per il mandato 2024-2029, segnando un netto passo indietro rispetto al passato.
Nonostante le rassicurazioni contenute nelle lettere di missione dei singoli Commissari europei, il PE sta spingendo affinché Bruxelles non abbandoni il Green Deal e presenti una strategia vincolante a lungo termine.
La partita di New York, quindi, non è solo tecnica: l’Europa deve decidere se guidare le alleanze globali del post-2030 o rassegnarsi a un lento declino ambientale e sociale.







