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Il Mercato del lavoro? L’Italia s’è desta ma….

“In Italia, il mercato del lavoro mostra una sostanziale tenuta, a fronte di segnali di flessione dei livelli di attività economica. Ma nonostante la crescita dell’occupazione negli ultimi anni, rimane ampia la distanza dell’Italia dall’Ue15: per raggiungere il tasso di occupazione della media Ue15 (nel 2017 pari a 67,9%, contro il 58% di quello italiano) il nostro paese dovrebbe avere circa 3,8 milioni di occupati in più”, è quanto emerge dal Rapporto ‘Il mercato del lavoro 2018. Verso una lettura integrata’ del Ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal (in allegato la sintesi).

Uno studio che mette a confronto gli ultimi dieci anni. “Il decennio – si legge nel report – ha visto una profonda trasformazione con una ricomposizione verso il lavoro dipendente, con una crescita dei rapporti a tempo determinato (+735 mila) e una notevole espansione degli impieghi a tempo parziale (spesso involontari). Nei dieci anni è aumentata la presenza femminile, dei lavoratori “anziani”, di quelli più istruiti, e degli stranieri (soprattutto nei settori alberghi e ristorazione, agricoltura e servizi alle famiglie). Si è inoltre accentuato il dualismo territoriale a sfavore del Mezzogiorno (-262 mila occupati a fronte di +376 mila nel Centro-Nord).

Ancora quindi il divario nord e sud del Paese e ancora il gap tra giovani e meno giovani. L’età media al primo ingresso è di circa 22 anni, nel 55% dei casi si tratta di uomini. Su 100 primi ingressi, oltre 50 si registrano nel Nord, 20 al Centro e 30 nel Mezzogiorno; 80 sono riferiti a cittadini italiani e 20 a stranieri.

“In questo decennio si è sostanzialmente bloccato l’ascensore sociale – spiega il direttore del Dipartimento di Statistica dell’Istat, Roberto Monducci. – I giovani per anni sono stati in una situazione di estrema penalizzazione, con le politiche previdenziali e pensionistiche che hanno determinato un blocco. Adesso c’è stato un recupero dei primi ingressi, anche se rispetto ad un’offerta qualificata spesso i giovani accettano lavori sottopagati e lontani dal loro percorso formativo e di studi”.

E preferiscono lavorare oltre confine.

Dall’avvio della crisi i laureati e diplomati che hanno lasciato il nostro Paese è aumentato a ritmi notevoli: quasi 115mila persone nel 2017, dai 40mila del 2008, passando per gli 82mila del 2013. Nell’ultimo anno più della metà degli italiani che si sono trasferiti all’estero è in possesso di un titolo di studio medio-alto: si tratta di circa 33mila con diploma e 28mila con almeno la laurea. Un capitale umano che difficilmente farà rientro nel nostro Paese.

“Questo aumento – spiega Monducci – lo si dovrebbe aspettare in periodi recessivi, quando non c’è domanda, ma il fatto che è aumentata l’incidenza di chi va fuori in una situazione di forte recupero del mercato del lavoro vuol dire che non c’è domanda qualificata”.

 

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