Il lavoro autonomo in Italia. Qualificato e individuale

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“Se c’è un tratto comune che emerge trasversalmente ad un universo, come quello del lavoro autonomo, estremamente articolato e differenziato al proprio interno, è la forte propensione a lavorare da sé” ne sono convinti i ricercatori che hanno elaborato lo studio della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro.

Il 72,3% lavora infatti completamente da solo, senza il supporto di dipendenti o collaboratori anche se non sempre è voluta.

Opportunità e limiti di un lavoro individuale che fatica a strutturarsi

Solo il 19,7% degli autonomi italiani che lavora senza addetti dichiara di preferire tale modalità (nel resto d’Europa tale percentuale sale al 27,3%), mentre per la maggioranza (44,8% contro il 33,2% della media europea) tale scelta dipende dal fatto che non c’è abbastanza lavoro per assumere collaboratori. Il 15,6% (contro 7,7% della media europea) chiama in causa l’elevato carico contributivo sul lavoro, che penalizza le assunzioni, mentre relativamente in pochi “denunciano” la complessità normativa o la difficoltà a recuperare profili adatti al ruolo.

La stragrande maggioranza dei lavori autonomi italiani vive una dimensione di mercato piena: l’83,2% degli indipendenti (contro una media europea dell’81%) ha infatti più di un committente, e nessuno di questi risulta avere una posizione “prevalente”; il 63,9% peraltro, ha mediamente più 9 clienti. Vi è però una quota non trascurabile di lavoro autonomo che presenta confini molto più sfumati con il lavoro dipendente: il 13,7% degli autonomi italiani (la percentuale è tra le più alte d’Europa, la media è del 9,8%) ha un solo cliente mentre il restante 3,1% pur avendo diversi clienti, ne ha uno predominante.

Italia da primato, ma diminuisce la propensione a mettersi in proprio

Con 5 milioni 39 mila lavoratori autonomi, l’Italia è il Paese europeo con il più alto numero di occupati in proprio, pari al 15,3% di quanti in Europa lavorano secondo questa modalità. Professionisti, imprenditori, artigiani, ma anche consulenti e freelance, riderse nuovi lavori della gig economy costituiscono un universo ampio e estremamente articolato che contribuisce al 21,7% dell’occupazione del nostro Paese (a fronte di una media europea del 14,3%): percentuale superata solo dalla Grecia, dove si arriva al 29,8% ma con numeri molto più bassi.

Un primato indiscusso, che l’Italia vanta da sempre, sebbene nell’ultimo decennio si sia assistito ad una contrazione significativa dei lavoratori autonomi (-5,14% tra 2009 e 2018) a cui è corrisposto un pari incremento (+5,08%) del lavoro dipendente nelle sue diverse forme. La divergente dinamica tra lavoro autonomo e dipendente che ha caratterizzato l’occupazione in Italia rispecchia quanto avvenuto nel resto d’Europa dall’inizio della crisi dove, alla tendenziale stabilità della componente autonoma del lavoro (+0,17% tra 2009 e 2018 nei 28 Paesi UE) ha fatto da contrappeso la positiva dinamica del lavoro dipendente, cresciuto del 7,1%.L’effetto combinato dei due fenomeni ha prodotto una diminuzione della quota di lavoro autonomo sul totale dell’occupazione in tutta Europa (si è passati dal 15% del 2009 al 14,3% del 2018) e in Italia (dal 23,4% al 21,7%), ma non sono mancate le eccezioni degne di nota. Paesi come Francia, Regno Unito e Paesi Bassi, che più velocemente hanno risposto alla crisi, hanno registrato buone performance occupazionali proprio grazie alla particolare vitalità del lavoro autonomo la cui incidenza, sul totale degli occupati, è cresciuta in tutti e tre i Paesi.

In alcuni casi, i Paesi Bassi ad esempio, grazie anche all’adozione di specifiche politiche di incentivazione fiscale. Sebbene l’Italia conservi anche tra i giovani la più alta incidenza di lavoro autonomo sul totale degli occupati (dopo la Grecia) si osserva però nell’ultimo decennio un calo più accentuato della propensione a “mettersi in proprio”. Su poco più di 4 milioni di giovani occupati di età compresa tra i 25 e 34 anni, 666 mila lavorano autonomamente (16,3% contro il 17,4% della Grecia e il 9,4% della media EU). Negli ultimi dieci anni, complici la riduzione demografica della popolazione giovanile ma anche e soprattutto le maggiori difficoltà occupazionali di accesso al mercato, il numero degli occupati tra i 25 e 34 anni si è ridotto del 21,4%; tra gli autonomi il calo è stato ancor più significativo (-31,9%) portando l’incidenza complessiva di tale modalità di lavoro dal 18,8% del 2009 al 16,3% del 2018. Una tendenza questa che accentua la già fisiologica minore propensione dei giovani rispetto agli adulti ad essere occupati secondo tale modalità.

Gli autonomi italiani: qualificati e sempre più istruiti

Circa la metà degli occupati indipendenti in Italia sono collocati al vertice della piramide professionale: il 12,3% sono manager o titolari di aziende, il 20,4% professionisti ad alta qualificazione e il 17,1% figure tecniche. La restante parte si trova principalmente tra le figure addette alle vendite (18,3%) e piccoli artigiani e commercianti (16,7%). La distribuzione verso l’alto del lavoro autonomo, che risulta ancora più accentuata se si guarda alla componente individuale (i senza addetti), risulta più marcata non solo rispetto al lavoro dipendente, ma anche al resto d’Europa.

Se poi si guarda alla componente del lavoro più giovane, la qualificazione terziaria professionale del lavoro autonomo risulta ancora più evidente: tra i 25-34 enni che esercitano un lavoro autonomo il 37,2% è laureato, mentre tra i dipendenti la percentuale è del 27,9%.

Mercato e tradizione alla base della scelta di mettersi in proprio

Chi sceglie di svolgere un’attività autonoma raramente lo fa perché non trova altre opportunità di lavoro. Solo il 10,4%, percentuale simile alla media dell’UE (10,8%), si è “messo in proprio” perché non ha trovato lavoro come dipendente. Per la maggioranza (39%) la scelta è dovuta al presentarsi della giusta occasione mentre per uno su quattro (24,2%) nasce dalla possibilità di proseguire un business famigliare già avviato.

Lavoro autonomo vs dipendente: la stabilità economica vince su tutto

Sebbene siano abbastanza soddisfatti della propria condizione professionale e l’approdo al lavoro in proprio non sia una scelta di ripiego, indotta dall’impossibilità a trovare un’occupazione dipendente, più di un quarto dei lavoratori autonomi (27,7%) desidererebbe un lavoro alle dipendenze. Sono soprattutto i lavoratori individuali, senza struttura, ad ambire a una condizione diversa dall’attuale (tra questi la percentuale sale al 31%) mentre, tra quanti sono a capo di un’azienda o studio professionale, la percentuale scende al 19,2%