Denatalità e invecchiamento. Italia maglia nera

370

“L’invecchiamento della popolazione italiana è una delle grandi sfide per la finanza pubblica e il welfare. La proiezione mediana dell’Istat, nel 2021, indicava una riduzione della popolazione da 59,6 milioni di abitanti nel 2020 a 58 milioni nel 2030. Con una tendenza destinata ad aumentare in futuro, con un calo prevalentemente concentrato nel Mezzogiorno” così Bruno Tabacci, sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio, introducendo i lavori del Forum “La Natalità è Futuro”, organizzato da FortuneItalia.

A confronto professionalità diverse su un tema imprescindibile per la crescita anche economica del nostro Paese: la natalità.

“Il dialogo su questo tema deve prevedere il coinvolgimento di tutti gli attori di diverse aree istituzionali e scientifiche e generare collaborazione e condivisione di conoscenze”, ha affermato in un messaggio il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, annunciando che il dicastero della Salute ha attivato un tavolo di lavoro anche sui temi della Pma, la procreazione medicalmente assistita. “Sarà reso realmente fruibile, in maniera uniforme in tutta Italia. Affinché i Lea diventino operativi occorre che si concludano i passaggi definiti dal nostro ordinamento giuridico, che prevedono l’approvazione da parte del ministero dell’Economia e della Conferenza Stato-Regioni”.

“Lo scorso anno il nostro Paese è rimasto per la prima volta al di sotto della soglia più bassa, i 400 mila nuovi nati – ha osservato Annalisa Mandorino, Segretaria Generale di Cittadinanzattiva –. E questa situazione ha molte cause: il desiderio di avere un figlio è oggi concepibile a un’età sempre più avanzata, sia per gli uomini che per le donne. Il desiderio di maternità per le donne si presenta anche oltre i 35 anni, qualcosa di impensabile in altri tempi”. In questo modo, però, i giovani diventano sempre più una minoranza e il Paese invecchia, calano i genitori potenziali e dunque nascono meno bambini. Non solo l’Italia è al di sotto del valore indispensabile per l’equilibrio intergenerazionale, cioè i due figli per donna, ma non raggiunge neanche la soglia minima, cioè 1,5 figli per donna. Ecco perché non possiamo far finta di niente, ma anzi cercare di affrontare presto e bene una questione non più rimandabile”.

“Se andiamo avanti di questo passo, nel 2050 avremo molte più persone che hanno smesso di lavorare rispetto a chi è ancora occupato – ha spiegato Francesco Saverio Mennini, presidente Sitha –. Questo non solo metterà in crisi l’economia, ma renderà il sistema sociale non più sostenibile. E ne risentirà inevitabilmente anche la sanità pubblica. È un trend che va invertito al più presto, visto che abbiamo gli strumenti per farlo. Basta però che queste armi a nostra disposizione vengano condivise, per evitare di procedere a macchia di leopardo, cioè con poche realtà virtuose e tutte le altre rimaste troppo indietro”. Preoccupa il fatto che il tema, per quanto cruciale, non sembra davvero al centro dell’agenda della politica, ha aggiunto il Prof. Mennini.

Ma perché questa crisi della natalità è così spiccata in Italia?

“Se per esempio in Francia si fanno 2 figli a coppia, mentre in Italia siamo a 1,3-1,4, molto dipende dai legami familiari molto forti tipici della nostra cultura, che finiscono per incidere soprattutto sulla donna – spiega Mauro Marè, Direttore dell’Osservatorio sul Welfare della Luiss – i motivi sono tanti e collegati tra loro: se una donna lavora, si ritrova a dover ricoprire quattro ruoli: moglie, mamma, lavoratrice e spesso anche colei che si occupa dei nonni. Inoltre, i ragazzi restano a casa con i genitori fino a molto tardi. L’età del matrimonio, così come quella del primo figlio, è passata in pochi decenni dai 23 anni ai 32. Se ci aggiungiamo che l’aspettativa di vita aumenta sempre di più, 83-84 anni per gli uomini e 86-87 per le donne, come sorprendersi se poi la natalità è bassa?”.