AdEPP alla presentazione “Increasing European Added Valie in an age of global challenges”

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Il 7 marzo, l’AdEPP ha partecipato alla presentazione del rapporto del Centro studi del Parlamento europeo (EPRS) dal titolo “Increasing European addedd value in an age of global challenges: mapping the cost of non-Europe” che analizza, con metodo quantitativo, i potenziali benefici che si potrebbero ottenere in 50 ambiti di policy, tenendo conto della legislazione dell’Unione europea e del suo potenziale non ancora esplicitato.

Nel presentare l’evento Wolfgang HILLER – Direttore per la Valutazione d’impatto e il Valore aggiunto europeo dell’EPRS – ha evidenziato come questo lavoro rivesta particolare importanza per i decisori politici a livello europeo, ma anche a livello nazionale. Secondo lo studio, infatti, un’ulteriore integrazione dell’UE potrebbe generare oltre 2.800 miliardi di euro all’anno entro il 2032 e contribuire a raggiungere gli obiettivi dell’Unione nei settori dei diritti sociali, dei diritti fondamentali e dell’ambiente. Tuttavia, sebbene l’integrazione europea sia un motore fondamentale per la crescita, la pace, la protezione dell’ambiente e la prosperità sociale, esistono ancora sfide importanti e possono essere ipotizzate potenziali nuove crisi.

Il Vicepresidente del Parlamento europeo, Michal Šimečka, intervenuto nei lavori, ha ricordato come il valore aggiunto europeo sia ancora più importante in questo periodo molto difficile per l’Unione e per i singoli Stati membri. “Questi studi sono di grande valore per noi tutti, anche per chi nutre dubbi sull’importanza dell’UE” ha detto, ricordando come un anno fa, nel momento dell’invasione russa dell’Ucraina, molti dubitassero della capacità dell’UE di dare una risposta unitaria a sostegno del paese invaso, ma a un anno di distanza bisogna riconoscere che l’UE è riuscita nell’intento di sostenere l’Ucraina nel conflitto e di aiutare i profughi in fuga dal Paese (soprattutto donne e bambini).  Secondo il Vicepresidente “l’utilità di questa ricerca è da individuare nell’ampiezza del campo di analisi: ben 50 politiche riunite in 10 ambiti, dal mercato unico e dalla transizione verde alla parità di genere e al contrasto alla violenza di genere”. “Questo tipo di studi può dare una spinta alla agenda politica del Parlamento europeo fornendo ai decisori i dati sui quali basare l’azione politica” (ad es. sulla condizionalità legata al rispetto della “rule of law”, o sulla parità di genere).

Nel presentare i principali risultato dello studio, tre ricercatori dell’EPRS hanno scelto alcune aree di policy: mercato unico, transizione verde e digitale, diritti sociali.

In relazione al mercato unico, nonostante i progressi compiuti, si evidenzia come la fornitura transfrontaliera di servizi sia ancora largamente sottosviluppata a causa di alcuni ostacoli rilevati dalla ricerca: complessità amministrativa, regolamentazione frammentata, persistenza di requisiti eccessivi nelle leggi nazionali, scarsa informazione. La quota dei servizi nel commercio intra-UE rappresenta ancora meno di un terzo della cifra comparabile in un’economia continentale integrata di dimensioni simili (Stati Uniti). Questa relativa incompletezza del mercato unico dei servizi comporta perdite di efficienza e costi significativi per l’economia e la società europee. Secondo lo studio, il Parlamento dovrebbe essere maggiormente ambizioso e completare il mercato unico per ottenere un impatto in termini di PIL aggiuntivo pari a 644 miliardi di euro all’anno. In particolare, i ricercatori attribuiscono un impatto significativo all’integrazione del mercato unico dei servizi, che potrebbe generare un impatto economico fino a 279 miliardi di euro annui in PIL aggiuntivo (nel 2032), con una maggiore crescita potenziale, aumento dei traffici commerciali, maggiore produttività e un aumento dei servizi accessibili dai cittadini. L’impatto sociale del mercato unico dei servizi non frammentato si vedrebbe nell’aumento dei redditi pro-capite, nelle maggiori opportunità occupazionali, nella riduzione della disoccupazione e nella migliorata convergenza verso l’alto, nonché in livelli più elevati di protezione del consumatore. Infine, esso avrebbe effetto anche sulla libertà d’impresa, sulla mobilità professionale, sull’aumentata parità fra lavoratori. In relazione alle professioni, il completamento del mercato unico dei servizi impatterebbe sul riconoscimento delle qualifiche professionali e su una più elevata qualità dei servizi professionali.

Per quanto concerne le due transizioni verde e digitale, nonostante l’UE sia leader nella transizione verde, l’EPRS ha misurato l’effetto di una maggiore spinta delle politiche europee verdi in un aumento del PIL del valore di oltre 400 miliardi di euro l’anno. La trasformazione energetica dovrebbe avere un impatto positivo anche sull’occupazione nel lungo periodo (fino al 2050). Secondo le stime dell’EPRS, l’impatto occupazionale nei decenni successivi è di un più 0,9% nel 2030, pari a quasi 2 milioni di posti di lavoro aggiuntivi, e dell’1,1% nel 2050, con oltre 2,1 milioni di nuovi posti di lavoro creati rispetto allo scenario di base.

Anche la transizione digitale dovrebbe ricevere maggiori investimenti da parte dell’UE e le politiche potrebbero ispirarsi a una maggiore fiducia nelle tecnologie digitali, ad aumentare la ricerca in innovazione nonché a garantire un supporto concreto alle piccole e medie imprese per la transizione digitale. Queste politiche potrebbero avere un impatto economico pari a 384 miliardi di euro di PIL aggiuntivo l’anno con effetti positivi sui cittadini, come nel caso della migliore protezione dei diritti individuali (maggiore protezione della privacy, migliore accesso alla previdenza sociale da parte dei lavoratori) ma anche nella riduzione degli abusi nell’uso degli algoritmi. I ricercatori segnalano due temi essenaziali della transizione digitale: la resilienza informatica e l’attenzione al genere nelle tecnologie digitali (gender sensitive digital technologies).

Infine, sul tema dei benefici che politiche europee meno frammentate possono portare ai diritti sociali, a titolo esemplificativo, è stato evidenziato come solo la metà della popolazione europea possieda sufficienti competenze digitali di base e, quindi il resto della popolazione sia potenzialmente escluso dalla fruizione di servizi digitalizzati pubblici o dall’occupazione. Altro diritto sociale particolarmente sensibile è quello della parità di genere nel lavoro. In relazione alla spesa sociale dei singoli Paesi membri, i ricercatori hanno evidenziato come un reddito minimo di livello europeo potrebbe risultare più efficace e meno dispendioso dei vari strumenti nazionali. E parimenti per le politiche sanitarie (esempio dei vaccini anti-Covid19 acquistati a livello centrale dall’UE). Tuttavia, tali politiche comporterebbero la rinuncia da parte degli Stati membri ad alcune competenze esclusive. Eppure, il Parlamento europeo è stato interessato dalla predisposizione di norme contro le ineguaglianze nel mercato del lavoro (es. lavoro su piattaforme). Un maggiore impegno del PE nel contrasto alle discriminazioni e alle disuguaglianze genererebbe ricadute economiche positive pari a oltre 280 miliardi all’anno di PIL aggiuntivo. Non ultimo, la riduzione dell’ancora troppo elevato differenziale salariale tra uomini e donne, che vede le donne in media guadagnare circa il 37% in meno rispetto agli uomini. Questo divario può essere spiegato dal tasso di occupazione più basso, dal minor numero di ore lavorate e dalla maggiore incidenza del part-time, nonché dalle retribuzioni orarie più basse per le donne rispetto agli uomini. Le donne sono rappresentate in modo sproporzionato in posti di lavoro a basso salario e hanno meno probabilità di avanzare a posizioni dirigenziali e manageriali. Tra le azioni politiche suggerite dall’EPRS: la promozione di una maggiore trasparenza delle retribuzioni, una classificazione delle occupazioni sensibile al genere con relativa scala salariale, l’aumento della rappresentanza di genere nelle professioni (solo un professionista su cinque è donna), un maggiore equilibrio tra vita privata e vita lavorativa, investimenti nell’economia dell’assistenza (care economy) e la formalizzazione e regolarizzazione delle lavoratrici più vulnerabili (es. le donne migranti). Anche le azioni volte a garantire un salario minimo potrebbero attenuare il divario salariale di genere nella misura in cui le donne sono rappresentate in modo sproporzionato all’estremità inferiore della scala salariale.

Nella tavola rotonda, moderata da Lauro Panella dirigente dell’Unità European Added Value dell’EPRS, il dibattito è stato introdotto dal professore Massimo Bordignon, docente di economia pubblica della Cattolica di Milano e componente dello European Fiscal Board, il quale ha sottolineato come i risultati della ricerca siano molto interessanti e poggino su una solida metodologia tesa a dimostrare che politiche ambiziose portano a risultati positivi, non solo economici. Eppure “se tutti sappiamo che sarebbe vantaggioso agire con ambizione, per quale ragione gli Stati membri non sfruttano questa opportunità?” e ha aggiunto “non è certo per la carenza di fiducia; infatti, i sondaggi dell’Eurobarometro continuano a dirci che i cittadini europei si fidano di più dell’UE rispetto ai governi nazionali e la maggioranza di essi (8 su 10) vorrebbero un esercito comune e forze di sicurezza comuni”. Ma se la carenza di fiducia dipende dalla percezione di una troppo forte eterogeneità economica e politica tra gli Stati membri “è necessario costruire norme volte a ridurre tale eterogeneità e, al contempo, creare sistemi di compensazione per quei paesi che ne fossero danneggiati”. Bordignon individua il punto di caduta nell’attuale governance dell’UE “le istituzioni europee non sono abbastanza efficaci per fare scelte comuni efficienti e tempestive. Sono poche, e scarsamente significative, le politiche di competenza dell’Unione” inoltre “il ruolo del Consiglio è sproporzionato rispetto a quello del Parlamento, ci sono troppi poteri di veto e sono male esercitati dagli Stati membri”, tanto da portarlo a chiedersi se non sia giunto il momento di riformare queste istituzioni europee e, citando un recente articolo di Jean Pisani-Ferry, se l’“Europe must reinvent itself for the third time”.

La vicepresidente della Commissione europea, Dubravka Suiça, responsabile per la democrazia e demografia, ha evidenziato come l’integrazione europea abbia portato crescita economica, sociale e di democrazia. Il livello di benessere generale nell’Ue è il migliore indicatore di tale situazione. “La democrazia condivisa e difesa è elemento fondamentale per il rapporto con i cittadini, ma anche la condivisione di banche dati è essenziale per l’UE, come nel caso dell’andamento demografico”. Come evidenziato nello studio dell’EPRS il risparmio economico nel caso di un aumento dell’attività comune di ricerca (reti di ricerca europee) ammonterebbe a circa 20 miliardi di euro. Infine, la Commissaria ha riconosciuto l’importanza per l’UE di ottenere la parità di genere con politiche ambiziose che prevedano maggiori investimenti europei nei servizi di cura nazionali, al fine di consentire alle donne di partecipare pienamente alla vita economica dell’UE. Suiça ha poi tenuto a ricordare che tra “le politiche da tenere da conto ci sono anche quelle inerenti l’invecchiamento medio della popolazione dell’UE per garantire alle persone anziane condizioni di vita migliori e dignitose e non ultimo per migliorare il quadro demografico della nostra Unione.”

I due parlamentari europei che hanno partecipato alla Tavola rotonda, Janusz Lewandowski, in rappresentanza della Commissione Bilancio, e Lina Galvez Munoz, della Commissione Industria, ricerca ed energia, hanno individuato alcuni ostacoli a una maggiore integrazione europea. Il primo, ha sottolineato come l’attuale situazione del continente, con una guerra di aggressione devastante a più di settant’anni dall’ultimo conflitto, potrebbe pesare sulla capacità delle istituzioni europee di fare scelte politiche ambiziose. La seconda, invece, nel riconoscere l’importanza della ricerca e dell’analisi a supporto del processo decisorio dei policy maker, ha affermato “Ripensare l’UE è importante oggi perché c’è una guerra, perché siamo di fronte a una globalizzazione segmentata, e perché le regole su cui si fonda questa Unione sono state create in una congiuntura storica completamente diversa” e ha aggiunto “ci sono diverse sfide comuni per l’UE: climatica, invecchiamento, diseguaglianze, povertà, lavoro del futuro – ma anche la guerra – che ci spingono a cercare l’autonomia strategica, e politiche unitarie industriali in grado di contrastare ad esempio il BAA degli Stati Uniti”. Galvez Munoz ha infine ricordato che è necessario difendere e diffondere la democrazia europea costruendo tutte le politiche dell’Unione nel rispetto del modello sociale europeo, ossia senza causare discriminazioni e ineguaglianze. A questo fine è necessario perseguire l’Unione fiscale europea. E concludendo ha indicato come dovrebbero essere ripensate le istituzioni “non dando la democrazia per scontata, ma lottando sempre per la democrazia”.

 

Lo studio in inglese

https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2023/734690/EPRS_STU(2023)734690_EN.pdf

La sintesi in italiano

https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2023/734690/EPRS_STU(2023)734690(SUM01)_IT.pdf