La scorsa settimana AdEPP ha partecipato alla Conferenza “Pensions and Active Ageing in Europe” organizzata dalla Piattaforma europea della sicurezza sociale (ESIP) in collaborazione con l’ente pensionistico federale tedesco (DRV), a Berlino. Sono intervenuti i presidenti e direttori generali degli istituti previdenziali di diversi paesi europei che aderiscono alla piattaforma.
Tra i principali take-away dell’evento: l’innalzamento dell’età pensionabile e l’aumento dei contributi rimangono le strategie più diffuse per migliorare la sostenibilità finanziaria complessiva dei sistemi a ripartizione. L’aumento degli anni di contribuzione va favorito con l’entrata precoce nel mercato del lavoro dei giovani. Maggiore attenzione agli anni effettivi di lavoro e alla continuità contributiva, come pure ai lavori precari e loro effetti sulle prestazioni pensionistiche. Più impegno sull’aggiornamento delle competenze ormai obsolete per la competitività sul mercato del lavoro. Necessità di promuovere l’istruzione terziaria (universitaria/ITS) per accrescere le competenze della popolazione.
Per troppo tempo sono stati ignorati (ad esempio, in Italia) gli effetti del calo della fertilità, della bassa crescita, della produttività stagnante e dei bassi tassi di occupazione.
L’avvento dell’IA e la crisi demografica in Europa rendono più complesso il superamento delle criticità rilevate (v sopra) e potrebbero aggravare la situazione sociale ed economica.
Nell’aprire i lavori, il Chair del Comitato Pensioni di ESIP, Niko Väänänen, ha ricordato il ruolo di ESIP quale luogo di confronto e stimolo per innovare politiche previdenziali e per creare legami e collaborazioni tra le istituzioni europee di sicurezza sociale.
La presidente del DRV, Gundula Roßbach, nell’intervento introduttivo ha ricordato l’importanza per gli enti di sicurezza sociale – in un’epoca di crisi demografica – di mantenere attivi i propri iscritti anche dopo l’età della pensione. Ha quindi aggiunto che è necessario affiancare all’erogazione delle pensioni altri benefit per invogliare le persone in età pensionabile a rimanere al lavoro. Una delle misure aggiuntive attuate da DRV è il sostegno alla riabilitazione dei lavoratori anche parzialmente inabili con l’obiettivo di recuperare o preservare il posto di lavoro, assicurando la partecipazione alla vita attiva.
“La crescente domanda di forza lavoro nelle nostre società (che rimane insoddisfatta) pone gli enti di sicurezza sociale di fronte alla scelta di erogare per tutta la vita un sussidio di disabilità a chi ha subito incidenti o di investire sul recupero lavorativo e sociale di queste persone, grazie a nuovi investimenti e strategie per i servizi di riabilitazione (in un’ottica di bilanciamento di costi-efficacia)” ha affermato la Presidente, riportando gli esiti di uno studio condotto dal DRV che mediante elaborazioni statistiche innovative ha misurato gli effetti della riabilitazione pagata dall’ente di previdenza, in un aumento del 15-20% di probabilità di tornare attivi sul lavoro in tempi relativamente brevi.
“A seconda della durata della riabilitazione, il beneficio economico calcolato ammonta a una cifra tra 40 e 60 euro per persona al giorno. Per ciascun euro investito nella riabilitazione dai sistemi di sicurezza sociale si generano benefici pari a 2-3 euro nel primo anno, che salgono a 5 euro dopo due anni. Gli attuali investimenti nella riabilitazione, ammontano a circa 8 miliardi annui, e sono attesi generare un ritorno di circa 40 miliardi nei due anni successivi, con evidenti ricadute anche dal punto di vista sociale. Per questa ragione DRV ha deciso di investire nella riabilitazione. “In futuro” ha concluso Roßbach “i fondi disponibili potrebbero essere distribuiti in modo più efficiente concentrandosi sui gruppi con una maggiore probabilità di ritorno al lavoro, con l’obiettivo di ripristinare in tempi medio-brevi la capacità lavorativa; mentre per le persone a maggior rischio di inabilità lavorativa, si potrebbero erogare nuove forme di riabilitazione meno intensive e meno costose” (sempre con l’obiettivo di recuperare o mantenere le abilità di base).
Nel primo panel della Conferenza, si è discusso degli investimenti nelle persone che mirano ad allungare la vita lavorativa puntando sul rafforzamento delle competenze e abilità della forza lavoro, in una società che invecchia e con enti pensionistici sotto stress. Shruti Singh, economista dell’OCSE, ha ricordato come le riforme pensionistiche intervenute negli ultimi trent’anni abbiano apportato notevoli cambiamenti ai sistemi dei vari paesi (ad es. l’aumento generalizzato dell’età di pensionamento fino a 67 anni) come pure dei miglioramenti della sicurezza sociale, che hanno reso più sostenibili i sistemi previdenziali nel medio e lungo periodo.
Singh ha affermato che nell’introdurre una riforma pensionistica sarebbe opportuno cambiare il punto di osservazione sulle politiche previdenziali guardando anche alle politiche del mercato del lavoro. Infatti, se si guarda alla proporzione tra pensionati e lavoratori attivi, solo pochi anni fa per ogni 20 pensionati si avevano 100 lavoratori attivi. Singh ha ricordato che presto il rapporto sarà di 40 a 100 ed entro il 2050 saranno 60 su 100. In questo scenario sarebbe utile approfondire i temi dell’adeguatezza delle pensioni, della capacità contributiva a fronte della crescente discontinuità delle vite lavorative, del pieno inserimento delle donne nel mercato del lavoro – anche al fine di ridurre il numero di donne che potrebbero trovarsi in condizioni di povertà nella terza età, in conseguenza dell’abbassamento delle pensioni di reversibilità, oppure a causa delle carriere lavorative frammentate per gli stop-and-go legati alla maternità e all’attività di cura familiare, o ancora per la grande diffusione del part-time femminile involontario. In conclusione, il consiglio di OCSE è aumentare i tassi di attività delle donne, delle persone over 60 e dei pensionati.
Silke Übelmesser, professoressa all’università di Jena, ha ricordato le ricerche del suo dipartimento che guardano a tutto il mondo del lavoro. Dall’esame della condizione giovanile (età di ingresso nel mondo del lavoro e educazione previdenziale ricevuta), alle ricerche sull’età più avanzata fino alla ricerca sulla riabilitazione per il rientro al lavoro (cit.). Tra i risultati più interessanti, le indagini per misurare l’effettivo desiderio di lavoratori e lavoratrici di rimanere al lavoro a oltranza o di anticipare la pensione. Le medesime indagini, rivolte anche ai datori di lavoro, indagano la volontà di mantenere o meno in servizio attivo una persona pronta per la pensione.
Da queste interviste, si evince il doppio effetto delle norme che incentivano il prepensionamento, da un lato, esse incoraggiano i lavoratori ad anticipare la pensione; mentre, dall’altro lato, incentivano le imprese a licenziare le maestranze con maggiore anzianità contributiva e salari più elevati. Valeria Vittinberga, direttrice generale INPS, nel suo intervento ha illustrato la “doppia prospettiva” di INPS quale istituto pensionistico che eroga pensioni e datore di lavoro di circa 26mila persone. L’organizzazione interna di INPS favorisce la permanenza al lavoro dei dipendenti anche attraverso lo strumento del lavoro agile (smart working) che, oltre a facilitare la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, ha dimostrato di aumentare la produttività e, in alcuni casi, di facilitare le progressioni. Uno strumento essenziale per l’invecchiamento attivo sul lavoro è la formazione continua. Una delle strategie utilizzate per mantenere attive le persone con maggiore anzianità di servizio è il passaggio di competenze tra generazioni, comprese quelle competenze che consentono una visione sistemica, tipiche di coloro che hanno lavorato nel medesimo Istituto per parecchi anni. Vittinberga ha quindi sottolineato che l’azione INPS si basa a seconda dei casi sul mentoring strutturale, l’accompagnamento, la gestione dell’età sul lavoro e la modularità dei carichi di lavoro, con una forte attenzione alla prevenzione.
Una novità nell’ambito della produzione di rapporti sulla sicurezza sociale a livello europeo è rappresentata dalla creazione del gruppo di lavoro ADAGE (Adequate social protection in Old Age) del Comitato per la protezione sociale (SPC) della Commissione europea. ADAGE contribuirà al nuovo rapporto biennale sull’adeguatezza delle pensioni, realizzando un approfondimento specifico su “pensioni adeguate nella terza età” (2027).
Jeri Paavinen, intervenuto alla Conferenza, ha illustrato in breve il mandato di ADAGE sotto la sua direzione, a supporto del SPC con analisi e studi sulle politiche di protezione sociale che mirano ad assicurare standard di vita adeguati nella vecchiaia, in particolare, l’importo delle pensioni e la long-term care. Nel 2027 ADAGE produrrà un rapporto sull’adeguatezza della protezione sociale nella terza età basato sugli indicatori che saranno definiti dal gruppo di lavoro medesimo, per misurare tale adeguatezza: disponibilità di abitazioni a costi accessibili (housing issue), condizione di salute, riforme pensionistiche intervenute, urgenza di ricambio generazionale, analisi per diversi gruppi di reddito, vari gradi di abilità al lavoro, adeguatezza delle pensioni per i lavoratori autonomi. ADAGE esaminerà, inoltre, i dati sulla long-term care, sulla carenza di forza lavoro nel settore sociosanitario e della cura, comprese le basse retribuzioni e le carenti condizioni di lavoro (compreso il lavoro sommerso).
In relazione all’allungamento delle vite lavorative, si è riflettuto sul ruolo dell’intelligenza artificiale nel mercato del lavoro. Sia OCSE che INPS hanno segnalato come l’IA sia in continua evoluzione e come sia necessario preparare la forza lavoro a “lavorare” con l’IA. La quota di lavoratori tra i 55-64 anni che partecipano alla formazione continua è ancora troppo bassa. Questi lavoratori e lavoratrici dovrebbero essere interessati da una formazione mirata per la collaborazione con IA sul lavoro, nonché su come pianificare un allungamento della vita lavorativa. Al contempo i datori di lavoro dovrebbero essere sollecitati a sostenere questo aggiornamento della formazione dei dipendenti over 55 per mantenerli attivi sul lavoro e, soprattutto, ancora utili.
Dal punto di vista dell’educazione finanziaria delle giovani generazioni, è importante comprendere la differenza tra la pensione frutto del pagamento di contributi da un’occupazione dipendente e l’integrazione con fondi pensionistici del Terzo Pilastro per migliorare l’adeguatezza del reddito nell’età della pensione. INPS realizza inoltre percorsi formativi per gli anziani con l’obiettivo di migliorare i livelli di inclusione digitale di questo gruppo di popolazione.
Nel secondo panel della conferenza si è discusso di riforme pensionistiche e delle modalità di pensionamento flessibili oltre l’innalzamento dell’età pensionabile.
Valdis Zagorski, della Commissione europea, ha fatto una panoramica delle riforme pensionistiche negli Stati membri dal 2015 ad oggi, individuando tre tendenze principali per l’individuazione dell’età pensionabile: 1. percorsi di pensionamento flessibili che riflettono carriere lavorative non standard e condizioni di ammissibilità particolari per i soggetti più svantaggiati (es. nel lavoro autonomo, a tempo determinato, part time), al fine di trovare una modalità di pagamento dei contributi continuativa; 2. percorsi di pensionamento flessibili in relazione a carriere lavorative caratterizzate da interruzioni frequenti (donne); 3. percorsi di rafforzamento delle reti di protezione sociale anche con forme di pensioni professionali rafforzate (II pilastro). Nell’ottica della Commissione non c’è contraddizione tra la strategia per un’Unione del risparmio e degli investimenti (SIU) e la strategia sulle pensioni integrative (entrambe proposte dalla Commissione nel 2025). Lavorare sulle persone o sui mercati non è così diverso, se l’obiettivo doppio è quello di favorire il risparmio pensionistico e rilanciare il mercato dei capitali nell’UE.
Diana Starmans, presidente del CdA della Social Insurance Bank (NL) ha illustrato in breve il sistema pensionistico dei Paesi Bassi che è interamente basato su pensioni di II e III pilastro. Nel paese la campagna promozionale nei confronti dei giovani a favore delle pensioni professionali (II Pilastro) è stata avviata oltre 50 anni fa e molto importante, solo chi vive nei Paesi Bassi per almeno trenta anni può percepire la pensione in quel paese. Il Governo intende ora introdurre una riforma minore, ma importante per attualizzare la definizione di nucleo familiare nei piani pensionistici perché molto antiquata e non in linea con quella utilizzata nel sistema fiscale.
La riforma attuata in Finlandia è stata presentata da Mikko Kautto, direttore generale dell’ETK (Centro finlandese delle pensioni). L’innalzamento dell’età di pensionamento da 59 a 63,9 anni è stato introdotto circa 10 anni. Al contempo, con incentivi progressivi è stata abolita la pensione di disoccupazione. Ma il vero successo è stato introdurre la differibilità dell’età di pensionamento accompagnata a misure e politiche per incentivare la permanenza sul lavoro. Quanto stanno ora notando è un aumento tra gli over 63 della richiesta di pensione di disabilità al posto della pensione di vecchiaia. La proposta della Commissione sull’aumento delle pensioni di II pilastro in Europa non trova spazi di discussione al momento in Finlandia.
In Polonia invece è presente una fortissima resistenza pubblica all’innalzamento dell’età pensionabile. Il Paese in passato è ricorso a schemi di pensionamento precoce con redditi minimi. Il governo attuale intende aumentare progressivamente l’età minima di pensionamento, ma in dialogo con le parti sociali e la popolazione. Quanto all’auto iscrizione ai fondi pensionistici di II pilastro, suggerita dall’UE per i sistemi a contribuzione definita, perché funzioni è necessario costruire la fiducia nel sistema. Infatti, i polacchi hanno aderito ai fondi pensionistici integrativi, ma nella maggioranza dei casi solo con il contributo minimo.
Per maggiori informazioni cliccare qui https://esip.eu/news/4th-esip-pension-policy-workshop







