Oliveti e la “White Economy”

Parlava della Russia. È il riassunto di Guerra e pace dopo un corso di lettura veloce raccontato da Woody Allen. Ecco, per analogia si può dire che la white economy parli di salute, anche se per affrontarne tutti gli aspetti non basterebbero le pagine del capolavoro di Tolstoj. Il termine white economy, oggi molto diffuso, richiama l’ormai imponente insieme di risorse e attività orientate alla soddisfazione dei bisogni di salute individuali e della popolazione.

Parliamo quindi di tutto il mondo economico che gira intorno ai sistemi di cura, assistenza, previdenza e qualità della vita, in un assetto demografico occidentale condizionato dall’invecchiamento progressivo della popolazione, dalla denatalità e dalla contrazione del sostegno familiare e sociale al bisogno.

In epoca di grandi e accelerati cambiamenti e di conseguente ridefinizione del concetto stesso di benessere, vivere in salute per più tempo possibile rimane comunque un interesse assolutamente prioritario.

Perché una cosa ci accomuna tutti: il nascere con un futuro indirizzato, e condizionato, dal nostro genoma con un patrimonio di salute, tanto o poco che ci sia toccato in sorte, da preservare. Un’aspettativa di vita legata quindi all’espressione fisica del nostro Dna che interagisce con circostanze ambientali, eventi casuali e abitudini personali determinanti per la salute, come stili di vita e alimentazione.

Questo comune umano destino aiuta a comprendere come i servizi alla persona e alla collettività in tema di salute, cura, assistenza, previdenza e qualità di vitasiano sempre più considerati, in una società evoluta, come direttrici di grande interesse economico e di mercato, costituendo appunto il settore specifico della white economyin costante trend di crescita.

L’insieme delle sue attività, sia pubbliche sia private, costituisce quasi il 10% del nostro Pil, e riguarda non solo servizi, ma l’industria manifatturiera, la distribuzione e il commercio, con un numero di addetti pari a un sesto degli occupati del nostro Paese e uno dei valori aggiunti più elevati della nostra economia, vero volàno moltiplicatore nella creazione di ricchezza, occupazione e sicurezza sociale. Inevitabilmente sottoposto anche a rischi di speculazione, corruzione ed elusione fiscale e altrettanto inevitabilmente esposto alla parte distruttiva di un cambiamento fortemente indotto dalla rivoluzione digitale e dallo sviluppo esponenziale dell’intelligenza artificiale.

Lo sviluppo della white economy potrebbe favorire un positivo connubio tra i principi della responsabilità etica, quelli dell’economia efficiente e quelli di un mercato finanziario centrato non solo sul legittimo guadagno nel rispetto delle regole, ma anche su considerazioni sociali e ambientali

La white economy viene in primo luogo interpretata come tutto ciò che afferisce all’offerta di prestazioni mediche e sanitarie di prevenzione, diagnosi, riabilitazione e cura per persone disabili, malate, anziane, o in salute, presso strutture ospedaliere, territoriali, domiciliari, riabilitative o in apposite residenze sanitarie, sia di sfera pubblica sia privata.

Tuttavia, nel perimetro definito dall’accezione anglosassone si intende molto altro, un settore produttivo con molte aree operative che comprende l’industria farmaceutica con la sua produzione, la sua ricerca, la distribuzione e la commercializzazione.

Vi troviamo anche l’industria dei dispositivi e delle tecnologie biomedicali e diagnostiche, nonché il vasto segmento dell’assistenza personale, delle badanti e dell’accompagnamento per i non autosufficienti.

Inoltre, la produzione e la fornitura di beni e servizi tecnologici e di supporto alle strutture sanitarie, la ricerca e il trasferimento tecnologico, la formazione e la didattica universitaria, l’Ict collegata alla sanità, il turismo sanitario e congressuale, il termalismo, la produzione e la comunicazione scientifica, sino all’indotto patrimoniale dei tre pilastri della previdenza o all’industria del wellness.

È un settore sempre più importante nella nostra società non solo per i fatturati e l’indotto occupazionale, ma anche per la positiva ricaduta sociale che potrebbe generare. Nel rispetto della centralità della persona con i suoi beni fondamentali da preservare – il diritto alla vita, il diritto alla salute e all’integrità fisica, quello alla libertà da procurarsi e mantenere con il proprio lavoro –, lo sviluppo della white economy potrebbe favorire un positivo connubio tra i princìpi della responsabilità etica, cioè l’atteggiamento pratico per orientarsi nelle decisioni tra il bene e il male, quelli dell’economia efficiente e quelli di un mercato finanziario centrato nel management dei portafogli di investimenti, non solo sul legittimo guadagno nel rispetto delle regole, ma anche su considerazioni sociali e ambientali.

Se la buona economia è quindi far rendere al meglio il poco, se la giusta finanza serve il profitto per averne anche una redistribuzione sociale, l’etica in questo campo si configura come saper fare la scelta giusta in nome di valori e norme di interesse comunitario.

Meglio, giusto, servire… Realizzare queste parole credo sia la sfida morale che ci consegna il futuro, notoriamente il posto dove passeremo il resto della nostra vita.

Una loro corretta declinazione nel campo della white economy potrebbe contribuire a favorire crescita economica e coesione sociale, conciliando creazione di valore e sicurezza collettiva.

di Alberto Oliveti
Presidente di Enpam e di Adepp

Quest’articolo è pubblicato sull’ultimo numero della rivista Formiche (n. 134)

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