Gender pay gap. Problema mondiale e l’Europa lancia un call

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Mentre l’Ocse, Eurostat, Istat e Ipsos affrontano il tema del gender pay gap, mentre l’ultimo World Economic Forum punta il dito contro le differenze di reddito di genere, la Commissione europea pubblica il rapporto annuale che monitora il livello dei progressi compiuti verso la parità di genere nell’Unione europea e raccoglie opinioni su divario salariale uomo-donna.

 Imprese, associazioni, PA e singoli cittadini possono inviare a Bruxelles il proprio punto di vista sul divario retributivo tra uomini e donne, entro il 5 aprile 2019. Una consultazione pubblica per raccogliere informazioni, opinioni ed esperienze sul funzionamento e sull’attuazione del principio della parità di retribuzione, sancito dal trattato dell’UE e ulteriormente integrato nella direttiva sulla parità di genere (rifusione) (direttiva 2006/54/CE) e rafforzato dalla raccomandazione del 2014 sulla trasparenza retributiva (C(2014) 1405 final).

In particolare l’indagine dovrebbe vertere sui problemi a livello sia nazionale sia europeo derivanti, tra l’altro, “da mancanza di misure in materia di trasparenza delle retribuzioni, divergenze nell’uso di sistemi di valutazione e classificazione professionali neutri sotto il profilo del genere in tutta l’UE, funzionamento delle norme esistenti per proteggere le vittime di discriminazione retributiva basata sul genere, con attenzione particolare al diritto al risarcimento per le vittime e agli effetti dissuasivi delle sanzioni”.

Per tornare ai dati e alle grida di allarme lanciate dai singoli organismi internazionali e nazionali, il divario salariale di genere è davvero un problema “mondiale” se, proprio dal World Economic Forum arriva una stima per nulla confortante: se gli Stati metteranno in campo tutte le azioni, per colmare il gap ci vorranno 202 anni.

Secondo i dati Eurostat, il gender gap nel settore pubblico in Italia ammonterebbe al 4,1% mentre nel privato si supererebbe il 20%. Inoltre, la differenza salariale complessiva passa addirittura al 43.7% su una media europea del 39%. Percentuali altissime che derivano da due aspetti in particolare: la grande quantità di impiegati/e nel settore privato (dove la differenza salariale è più alta rispetto al pubblico) e la differenza enorme tra il numero di uomini e quello delle donne in posizioni d’impiego che prevedono stipendi mediamente più alti.

Per l’Istat, nel 2016 il 59% delle lavoratrici ha percepito, nel privato, una retribuzione oraria inferiore alla media nazionale, quota che scende al 44% per gli uomini. La quota di lavoratrici con retribuzione oraria elevata è pari, nel 2016, al 17,8% del totale femminile, contro il 26,2% di quello maschile.

In base ai dati riportati nel report del World Economic Forum, nel 2018 le donne in tutto il mondo hanno guadagnato il 63% di ciò che è finito nelle tasche degli uomini. Inoltre, attualmente, non c’è nessun Paese che ha raggiunto l’uguaglianza di genere, indipendentemente dal livello di sviluppo, dalla regione o dal tipo di economia. Lo Stato che più si avvicina a una parità assoluta è il Laos, dove le donne hanno raggiunto il 91% del salario maschile, mentre Yemen, Siria e Iraq sono i Paesi dove il gender gap nelle retribuzioni è più alto: le donne infatti percepiscono solo il 30% di ciò che guadagnano gli uomini.

“All’interno dei titoli globali – si legge nel report – è possibile percepire una serie di tendenze che definiscono il divario di genere nel 2018. Dei quattro pilastri misurati, solo uno – opportunità economiche – ha ridotto il divario di genere. Ciò è in gran parte dovuto a un minor divario di reddito tra uomini e donne, che si attesta a circa il 51% nel 2018, e al numero di donne nei ruoli di leadership, che si attesta al 34% a livello globale”.

“Tuttavia, nello stesso pilastro economico, i dati suggeriscono che proporzionalmente meno donne rispetto agli uomini partecipano alla forza lavoro. Ci sono un certo numero di potenziali ragioni per questo. Uno è che l’automazione sta avendo un impatto sproporzionato sui ruoli tradizionalmente eseguiti dalle donne. Allo stesso tempo, le donne sono sottorappresentate in aree di occupazione in crescita che richiedono competenze e conoscenze STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).”

“Un’altra potenziale ragione è che l’infrastruttura necessaria per aiutare le donne ad entrare o rientrare nel mondo del lavoro – come l’assistenza all’infanzia e al lavoro – è sottosviluppata e il lavoro non retribuito rimane principalmente responsabilità delle donne. Il corollario è che i notevoli investimenti fatti da molte economie per colmare il divario educativo non riescono a generare rendimenti ottimali sotto forma di crescita”.

“Gli altri tre pilastri – educazione, salute e politica – hanno visto ampliare le loro divergenze di genere nel 2018. In termini di empowerment politico, il deterioramento anno dopo anno può essere in parte attribuito al ruolo più basso delle donne nei ruoli di capi di stato in il mondo. Tuttavia, i dati suggeriscono anche che si sta verificando una divergenza regionale, con 22 economie occidentali che hanno assistito a un miglioramento dell’empowerment politico per le donne rispetto all’ampliamento nel resto del mondo. Quando si parla di donne in parlamento, queste economie occidentali – che collettivamente hanno chiuso il 41% del divario – hanno visto i progressi invertire nel 2018”.

I dati pubblicati da Ipsos prendono in esame anche un altro aspetto ossia la consapevolezza del problema. Negli Stati Uniti, per esempio, soltanto il 33% delle donne pensa che la differenza salariale sia uno degli argomenti per loro più importanti.

Ed infine, per tornare a “casa nostra”, l’ultimo rapporto di AdEPP che ogni anno raccoglie i dati sui redditi dei professionisti italiani, dipendenti e freelance, evidenzia che un uomo fra i 30 e i 40 anni guadagna 20 mila euro lordi, una donna 17 mila. Nella fascia di età fra i 40 e i 50 anni si passa dai 25 mila euro lordi per le donne ai 40 mila per gli uomini. E per finire, un terzo delle libere professioniste che percepisce già un reddito basso dopo la maternità abbandona la professione.