Analfabetizzazione digitale. Combatterla si può

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Nel mercato del lavoro e nella quotidianità, le “capacità” e conoscenze tecnologiche fanno la differenza. A sostenerlo l’indagine sulle competenze degli adulti targata Ocse avviata attraverso il PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), il Programma ideato dal l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. L’indagine ha lo scopo di conoscere attraverso un questionario e dei test cognitivi specifici le abilità fondamentali della popolazione adulta compresa tra i 16 e i 65 anni, ovvero quelle competenze ritenute indispensabili per partecipare attivamente alla vita sociale ed economica odierna.

Secondo il PIAAC (l’Indice delle competenze degli adulti) “solo il 3,3% degli adulti italiani raggiunge alti livelli di competenza linguistica, contro l’11,8% della media dei 24 paesi partecipanti, e il 22,6% del Giappone, il Paese in testa alla classifica. Inoltre, solo il 26,4% ha un livello buono. Anche per quel che riguarda le competenze matematiche, solo il 4,5% degli adulti italiani raggiunge un livello alto.

Non va meglio sul fronte “uso delle tecnologie”. Solo il 69% usa regolarmente internet e solo il 31% utilizza l’internet banking, l’e-commerce, partecipa ai social network, legge quotidiani online (ma d’altronde la percentuale delle persone che leggono i giornali cartacei è ancora più bassa), o ascolta musica (13%).

Il Bel Paese è anche fanalino di coda rispetto alla classifica dei Paesi Ocse per quanto riguarda l’utilizzo dei servizi di e-government: nel 2018, soltanto il 13% ha sottoposto moduli digitali compilati all’amministrazione. La media europea è del 30%.

E se nella gestione “familiare” il dato è preoccupante, non va meglio sul fronte lavorativo. Solo un quarto dei lavoratori usa quotidianamente software da ufficio (elaborazione testi o fogli di calcolo), e questo, per l’indagine PIACC/Ocse, è dovuto al fatto che oltre il 40% dei lavoratori non è nelle condizioni di farne un utilizzo efficiente. Eppure, cresce la richiesta di nuove figure collegate proprio alla conoscenza digitale (robotic & automation manager, T expert ed engineer, cognitive computing expert) e non è un caso che questa rimane in parte inevasa poiché questi profili professionali sono di difficile reperimento.

Cosa fare?

Le indicazioni che arrivano dagli esperti sono chiare. Si deve cominciare dalla scuola, sulla diffusione dell’impiego delle tecnologie digitali nei percorsi di insegnamento e apprendimento. Il presupposto è la digitalizzazione degli insegnanti. Per incentivare tale processo è necessaria anche l’introduzione di un patentino digitale obbligatorio per tutti i giovani che entrano nel mercato del lavoro, indipendentemente dalla qualifica o dalla funzione.

Per i lavoratori, occorre, invece, avviare un piano nazionale per lo sviluppo delle competenze e delle abilità digitali attraverso gli strumenti della formazione continua prevedendo incentivi fiscali per i lavoratori e le aziende che si muovono in questa direzione.

Per le fasce deboli (disoccupati, neet, anziani): creazione di un fondo nazionale per l’alfabetizzazione digitale che affidi ai Comuni il coordinamento per l’avvio di un’azione mirata a dotare le fasce deboli delle conoscenze digitali necessarie. Coinvolgendo in modo particolare le periferie e i gruppi sociali più fragili, che da soli non hanno la possibilità di accedere alla società digitale, e si avviano verso l’emarginazione. Con ricadute equivalenti all’analfabetismo.